«Famiglia e scuola? I contesti più pericolosi per noi ragazzi transgender» – L’intervista

Gioele Lavalle dell’associazione Gender X analizza l’uccisione di Maria Paola Gaglione: «Non è un episodio di omofobia». E bacchetta i media: «Spesso superficiali e poco informati, il linguaggio plasma la realtà»

È una vicenda complicata e mostruosa quella che ruota attorno all’uccisione di Maria Paola Gaglione e all’aggressione di Ciro Migliore, il suo compagno. Da una parte c’è la ragazza uccisa dal fratello, Angelo Michele, che si è innalzato a suo “protettore” rivendicando il diritto di scegliere per lei cosa fosse giusto o sbagliato. Dall’altra c’è Ciro, ragazzo trans, che secondo il fratello stava «infettando» Maria Paola.

Sulla coppia si è letto di tutto. Ognuno ha dato la propria lettura della vicenda, confondendo non di rado i piani della realtà. Una volta si parla di Ciro al femminile – cancellando in un attimo le battaglie di una vita -, un’altra di «due ragazze lesbiche in una relazione omosessuale».

«C’è un enorme confusione», ha spiegato a Open Gioele Lavalle, membro dell’associazione Gender X – una realtà che si occupa di fare informazione sulle tematiche gender e che permette alle persone trans di trovare uno spazio di confronto. Gioele ha fatto la transizione nel 1997 e da allora ha visto il mondo cambiare davanti ai suoi occhi. Ma non ancora abbastanza: come dimostra l’omicidio di Caivano e le testimonianze di migliaia di ragazze e i ragazzi che li contattano, c’è ancora tantissimo lavoro da fare.

Gioele, c’è stata molta confusione nel modo in cui la notizia dell’uccisione di Maria Paola e dell’aggressione di Ciro è stata raccontata (e commentata). Qual è il modo giusto per inquadrarla?

«Iniziamo dai fondamentali: non è un episodio di omofobia. La chiave di lettura corretta è quella della transfobia. L’aggressione è avvenuta perché la famiglia di Maria Paola non accettava che lei fosse fidanzata con un ragazzo trans. Se usiamo l’omofobia si cade nel misgenderismo, cioè si viene dato a una persona un genere che non le appartiene. Il che, per noi, significa cancellare tutta la vita che abbiamo lottato per avere.

Ciro e Maria Paola non sono due ragazze lesbiche: sono un ragazzo e una ragazza, è importante mettere in chiaro la differenza tra orientamento sessuale e identità di genere. (In breve, uno riguarda il sesso dal quale sono attratto, l’altro il genere al quale mi sento di appartenere – che può anche non esserci, come per gli a-gender. NdR). Ad esempio io ho fatto una transazione al maschile e sono sposato con un uomo».

Tu gestisci la pagina Facebook di un’associazione a supporto di ragazzi e ragazze trans. Dove diresti che si sentono meno al sicuro?

«Le esperienze più brutte che fanno i ragazzi e le ragazze sono nei contesti familiari e scolastici, in questo caso soprattutto con i professori. Ci sono veramente delle situazioni bruttissime, in cui ragazzi trans subiscono violenze sessuali dai padri che vogliono “educarle”.

A scuola, poi, soprattutto alle superiori e alle medie, se la persona chiede di rivolgersi a lei/lui con il pronome che si sente più appropriato (e che non coincide con la biologia), i professori sono i primi a fare ostacolo. Un comportamento che porta anche il resto dei compagni a percepire la transizione come qualcosa di sbagliato o, addirittura, come una malattia».

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Il percorso psicologico e/o psichiatrico non è sempre un percorso che si fa in solitaria. Molte volte è necessario accompagnare anche i genitori della persona trans in modo tale che questi possano comprendere, accettare e supportare propri* figli*. Questo accade soprattutto quando si parla di famiglie di persone giovani, se non giovanissime. Un buon terapeuta può essere incisivo nei casi in cui la famiglia non comprende ma vuole fare quel passo in più per riuscire a comprendere. Difatti incontri insieme ai genitori o con solo i genitori possono essere molto utili in questi casi, ma ovviamente non per tutti quanti c’è il lieto fine. A voi è capitato di fare incontri insieme ai vostri genitori? Come è andata? #psicologo #psichiatra #psicologia #psichiatria #trans #transgender #transizione #ftm #mtf #nonbinary #disforia #dysphoria #genderincongruence #genderdisphoria #lgbt #lgbtq #lgbtqis #genderx

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Quali sono le radici della transfobia?

«La nostra storia è piena di omicidi che hanno coinvolto persone trans. Soprattutto le donne, che sono storicamente più esposte. Ma permettimi di dire una cosa: ad alimentare l’aggressività verso la nostra comunità sono anche un certo tipo di media e di cinema. Il fenomeno della transfobia è stato coltivato e portato avanti da narrazioni e comunicazioni sbagliate.

Nei film più comuni le persone trans hanno solo ruoli di adescatrici o di prostitute che operano in contesti illegali. A parte che noi ci battiamo anche per riconoscere che la prostituzione può essere un mestiere come un altro, non solo da fuorilegge. Ma poi, tutto questo contribuisce a fare in modo che, quando facciamo coming out in famiglia, anche i genitori più aperti si spaventano.

Ci chiedono: cosa andrai a fare nella vita? Che futuro avrai? Dobbiamo sempre dimostrare di poter avere una vita come quella degli altri, degna di essere vissuta. E se siamo da soli potremmo non farcela. E non è raro che le stesse persone trans inizino a vedersi come un problema».

I media nel dare le notizie hanno una grande responsabilità.

«Ce l’hanno sempre, questo è chiaro, ma poi nel nostro contesto ci scappa anche l’omicidio».

Molto si gioca anche sul piano delle parole che si scelgono di usare. Il femminile al posto del maschile per Ciro, ad esempio. Possiamo riconoscere finalmente che il linguaggio contribuisce a plasmare la realtà?

«Certo, contribuisce a riproporre un tipo di pensiero. In questo caso specifico, associa l’essere trans a qualcosa di “non normale” o, peggio, da dover normalizzare. Anche se c’è da dire che un certo modo di parlare dimostra la poca preparazione e la troppa superficialità nel fare informazione. Se non hai ben chiaro il contesto in cui ti muovi non riesci a capire bene di cosa si tratta. Peggio ancora, chiaramente, se il fatto viene strumentalizzato ai fini dello scoop».

La comunità trans è stata bersaglio anche di Arcilesbica, che ha rivendicato il diritto di chiamare Ciro al femminile. Come l’avete presa?

«Direi che, personalmente, è la cosa che mi ha fatto più male – oltre al fatto in sé, ovviamente, che è devastante. Finché gli attacchi arrivano da Matteo Salvini o da Casapound te lo aspetti, ma essere bersaglio di attiviste che fanno parte della tua stessa comunità fa male.

Hanno chiamato Ciro al femminile, si sono appellate alla formalità del fatto che fosse femmina all’anagrafe. Ma il ragazzo sta già soffrendo enormemente, non è giusto metterci il carico. E non è la prima volta che lo fanno: per questo vorremmo che fossero eliminate come sigla dalla comunità Lgbtq+ ».

Tu hai fatto la transizione nel 1997. Oggi ci sono tantissime persone che iniziano percorsi da giovani (come lo stesso Ciro). Secondo te le cose stanno migliorando per la comunità trans?

«Siamo riusciti a fare tanto, considerando che 25 anni fa non si poteva neanche dire di essere trans. Io stesso ho vissuto per 20 anni nella clandestinità. Oggi il problema non è tanto con i coetanei, quanto con le figure adulte. C’è un livello educativo molto diverso.

I giovani si sostengono a vicenda. Nei nostri gruppi vengono anche persone cisgender che vogliono capire meglio. Certo, da un certo punto di vista siamo più esposti. Ma, essendo esposti, i più giovani possono anche riconoscersi».

E la legge Zan? Potrebbe aiutare?

«La Legge Zan sarebbe un segnale forte. Non sarebbe certo risolutiva, ma in un contesto come quello italiano, dove esiste ancora una presenza religiosa molto forte, sarebbe una conquista non da poco. Ritengo importante, comunque, che oltre all’aspetto punitivo ci sia un lavoro formativo. Altrimenti, una volta scontata la punizione, si rischia che queste persone siano ancora più arrabbiate. Bisogna dargli un altro punto di vista da cui vedere il mondo».

Immagine di copertina: Sharon McCutcheon

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