Condannati gli imputati del caso Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako espulsa dall’Italia nel 2013

Il caso risale al 2013, la donna, moglie di un dissidente kazako, era stata prelevata dalla polizia insieme alla figlia dalla sua casa a Roma e consegnata alle autorità di Astana

Tutti condannati. Cinque anni di reclusione all’ex capo della squadra mobile di Roma Renato Cortese, e sempre cinque anni a Maurizio Improta, ex responsabile dell’ufficio immigrazione. Il tribunale di Perugia ha deciso così per gli imputati del processo sull’espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Muktar Ablyazov. I fatti risalgono al maggio 2013, quando la donna e la figlie vennero prelavate dalla loro abitazione di Casal Palocco, quartiere di Roma, per essere poi riportate in Kazakistan con un volo privato messo a disposizione proprio dalle autorità locali. L’accusa era quella di possedere un passaporto falso. Entrambe riuscirono poi a lasciare il Kazakistan per tornare in Italia alla fine dello stesso anno.


Cortese, attualmente questore di Palermo, e Improta, ora a capo della Polfer, non sono gli unici ad essere stati condannati, per altro con pene più alte da quelle chieste dal pm. Il magistrato Giuseppe Narducci ha condannato a due anni e mezzo di reclusione anche alla giudice di pace Stafnia Lavore e a cinque anni i funzionari della squadra mobile di Roma Luca Armeni e Francesco Stampacchia. Altre condanne sono arrivate anche ai funzionari dell’Ufficio immigrazione. Per molti delle persone coinvolti è stata disposta anche l’interdizione dai pubblici uffici. Ai tempi il caso Shalabayeva era costato anche una mozione di sfiducia per il ministro Angelino Alfano.

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