Addio a Lidia Menapace, chi era la partigiana e senatrice che ha combattuto tutta la vita per i diritti delle donne

di Felice Florio

Le sue posizioni antimilitariste le costarono la presidenza della Commissione difesa al Senato. In una vita di militanza, senza interruzioni, la staffetta è stata una precorritrice del women empowerment

Era sopravvissuta alla guerra, riuscendo a non farsi catturare dai nazisti e dai fascisti mentre si adoperava come staffetta partigiana. Non ce l’ha fatta, invece, a sfuggire al Coronavirus. Lidia Menapace è morta a 96 anni nell’ospedale San Maurizio di Bolzano. Un’altra delle ultime testimoni della Resistenza italiana se ne va. Tuttavia, lascia in eredità i frutti delle sue battaglie femministe e gli insegnamenti pacifisti con cui ha cosparso in lungo e in largo i paesi della provincia italiana.


Quando c’era da prendere un treno per partecipare a un’assemblea politica, a un incontro in una scuola, Menapace non esitava un attimo. Amava raccontare di come, durante la guerra di Liberazione nella quale prese parte da partigiana, fosse diventata profondamente pacifista: «Inizialmente non portavo armi perché avevo paura di farmi male da sola. Poi ho visto cosa facevano le armi e quando mi chiesero se volessi essere addestrata, risposi: “Non voglio imparare a sparare alla pace di nessuno”».


Con la fine delle ostilità, Menapace convogliò il suo impegno nei movimenti cattolici e iniziò la sua carriera politica della Democrazia cristiana. Negli anni ’60 insegnò Lingua italia all’Università cattolica, finché non le fu revocata la cattedra a causa della pubblicazione di un suo testo intitolato Per una scelta marxista. Fu cooptata nel primo nucleo de il Manifesto e, dopo una parentesi nel Partito comunista italiano, si fece promotrice del movimenti Cristiani per il socialismo. In questa fase si dedicò con passione ai diritti civili delle prostitute.

L’apice della sua carriera politica l’ottenne alle elezioni politiche del 2006, quando fu eletta al Senato nelle file di Rifondazione comunista. Nelle elezioni europee del 2009, durante le quali si candidò in una lista anticapitalista, non riuscì ad ottenere il seggio. Ma il suo impegno come politica durerà fino agli ultimi anni: nel 2018 accettò nuovamente di candidarsi al Senato con Potere al popolo, ma la lista non superò la soglia di sbarramento del 3%. Il 7 dicembre 2020, all’età di 96 anni, la Covid-19 ne ha causato la morte.

Durante gli anni passati nella resistenza in Val Sesia, in Val d’Ossola e sul Lago Maggiore, la partigiana assunse il nome di battaglia di Bruna. Il suo compito principale era accompagnare i partigiani italiani, a bordo della sua bicicletta, lungo i sentieri di montagna, per fuggire alla cattura dei tedeschi. È stata una precorritrice dell’emancipazione femminile, dedicando con devozione i suoi scritti e la sua memoria all’educazione delle ragazze. Il suo animo pacifista le costò la mancata nomina alla presidenza della Commissione difesa al Senato: il suo antimilitarismo e, nello specifico, una presa di posizione contro le Frecce Tricolori, «inutilmente costose e inquinanti», erano troppo anche per il centrosinistra guidato da Romano Prodi.

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