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Varianti Covid, le difficoltà espresse dalla casa farmaceutica Eli Lilly e l’importanza di non abbassare mai la guardia

Il Ceo della casa farmaceutica esprime le sue preoccupazioni sulla variante sudafricana, ma i mezzi per affrontarla non mancano

Lo ha affermato in una intervista per la CNBS Dave Ricks. Il CEO della casa farmaceutica Eli Lilly ha affermato che la cosiddetta variante sudafricana «potrebbe eludere i nostri farmaci». Le mutazioni del genoma del nuovo Coronavirus erano previste, e sono generalmente rare, specialmente quelle riguardanti il funzionamento della glicoprotenina Spike (S), l’antigene che usa il virus per infettare le cellule. Tuttavia l’azienda non sembra affatto preoccupata.


Dove eravamo rimasti:

  • I farmaci monoclonali si basano su anticorpi neutralizzanti selezionati dal plasma dei pazienti convalescenti, e rappresentano per questo un’arma farmaceutica promettente;
  • Diverse varianti presentano mutazioni riguardanti il RBD (Receptor Binding Domain), porzione dell’antigene che lega coi recettori delle nostre cellule, in particolare gli ACE2;
  • Sulla diffusione delle varianti e la loro presunta pericolosità sappiamo ancora molto poco. Per approfondire suggeriamo la nostra intervista all’esperto di genomica comparata Marco Gerdol;
  • Secondo Ricks, il farmaco monoclonale di Eli Lilly non dovrebbe avere problemi con la variante trovata nel Regno Unito. 
  • Sono allo studio versioni alternative dei farmaci per diverse variabili, come quella trovata in Sudafrica.

Varianti di farmaci contro varianti del virus

L’anticorpo di Eli Lilly (bamlanivimab, LY-CoV555) nutre buone speranze per quanto riguarda la variante britannica, quella sudafricana presenterebbe invece maggiori sfide.


«Ha mutazioni più drammatiche a quella proteina spike, che è il bersaglio ‘di questi farmaci anticorpali – continua Ricks – Teoricamente, potrebbe eludere le nostre medicine».

L’azienda sta lavorando di concerto con la FDA (Ente americana sulla sicurezza di farmaci e alimenti) per testare diverse versioni del bamlanivimab. Per esempio, si comincia a parlare anche di quella «brasiliana», rilevata da un team di ricercatori di Tokyo. A onor del vero, Eli Lilly non sembra essere stata presa alla sprovvista.

«In realtà abbiamo una vasta libreria di questi anticorpi in fase pre-clinica – spiega il CEO – Potremmo pensare a un percorso molto rapido per studiarli forse in un mese o due e poi autorizzarne l’uso».

Perché ci preoccupano le mutazioni E484K, N501Y e S477N 

Tra le mutazioni della variante sudafricana che preoccupano, ne troviamo una condivisa con quella inglese (sostituzione N501Y) e un’altra che la contraddistingue, nota come «E484K». Un’altra mutazione da tenere sotto osservazione è la «S477N», trovata la prima volta nelle varianti comparse l’estate scorsa in Spagna. Un recente studio in vitro ancora in attesa di revisione, può aiutarci a fare il punto sulla situazione.

I ricercatori riscontrano che – nelle colture – le mutazioni E484K e N501Y incrementerebbero una capacità dell’antigene di legarsi coi recettori delle cellule, pari a 13 volte la norma. La mutazione N501Y da sola causerebbe un incremento minore, ma altrettanto interessante, pari a più del doppio dei valori che ci aspetteremmo. Entrambe sono state trovate nella variante brasiliana.

While the single 501Y mutations causes a ~2.5x higher affinity to Ace2, the double mutation results in a ~13x higher affinity to Ace2 compared to the WT version. https://t.co/AQ6GbnSOqi
3/n pic.twitter.com/MqInasnQge— Björn Meyer (@_b_meyer) January 11, 2021

Tutto questo ha anche un lato positivo. Emerge infatti la possibilità di studiare nuove versioni dei farmaci in ragione delle nostre conoscenze sulle mutazioni note.

«Il grafico dell’affinità di legame con ACE2 di mutazioni RBD selezionate rispetto alla loro incidenza nella popolazione mostra una forte correlazione tra i due – continuano i ricercatori – Tuttavia, l’RBD ad alta affinità è anche un farmaco efficiente, che inibisce l’infezione da SARS-CoV-2. La struttura 2.9Å Cryo-EM del complesso ad alta affinità, comprese tutte le mutazioni a rapida diffusione, fornisce la base strutturale per il futuro sviluppo di farmaci».

Oltre a questo, ricordiamo che gli studi in vitro non rispecchiano necessariamente la complessa realtà dell’organismo umano. Inoltre, le mutazioni sono state trovate in un numero di sequenziamenti genomici relativamente pochi rispetto al totale.

Esiste anche la «variante umana»

D’altro canto sussiste in alcuni esperti il sospetto, che il tema delle varianti possa essere cavalcato da amministrazioni poco virtuose. Da sole non possono giustificare eventuali mancanze nella gestione della pandemia. Altre evidenze mostrano che l’incremento dei casi – quando riscontrato – non sempre si spiega con la mancata adesione della popolazione. Le norme di distanziamento sociale e l’uso di mascherine sembrano infatti aver limitato notevolmente altri patogeni. 

Il debunker medico Stefano Prandoni segnala da InfluNet, che su 100 campioni clinici pescati da 1258 analizzati, nessuno risulta positivo al virus influenzale. Questo fenomeno potrebbe spiegarsi proprio col fatto che la pandemia ha imposto l’uso di mascherine e del distanziamento sociale. Una ampia adesione renderebbe il lavoro molto più difficile ad altri patogeni capaci di diffondersi con meno successo per via aerea. 

Tutto questo ci dice che anche noi siamo una «variante» significativa. Distanziamento sociale, politiche mirate e il costante monitoraggio della ricerca fanno eccome la differenza. Possiamo aiutare, o dare filo da torcere al virus, a prescindere da quanto potrebbero rivelarsi pericolose le sue varianti.

Foto di copertina: EPA/LAURENT GILLIERON | First-year students wearing face masks stand in line to enter in the SwissTech Convention Center before passing a written exam at the Swiss Federal Institute of Technology (EPFL) site during the coronavirus disease (COVID-19) outbreak, in Lausanne, Switzerland, 13 January 2021.

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