Quattro giorni senza notizie di Ahmed, lo studente egiziano scomparso. Parla l’amica: «Abbiamo paura che la polizia lo stia torturando»

A dare voce ai timori di amici e parenti è Rawda, un’amica di Ahmed Samir Abdelhay Ali, lo studente egiziano di 29 anni alla Central European University di Vienna, di cui non si hanno più notizie

«Il 1 febbraio è entrato nella stazione di polizia del quinto distretto al Cairo e non è più uscito. Suo padre lo stava aspettando fuori, quindi è impossibile che sia scappato. Come si fa a sparire nel nulla?». A parlare è Rawda, un’amica di Ahmed Samir Abdelhay Ali, lo studente egiziano di 29 anni alla Central European University di Vienna, di cui si sono perse le tracce da quattro giorni. Non vuole usare il suo vero nome perché ha timore di ritorsioni perché anche lei sui social media critica il regime di Abdel Fattah Al-Sisi e perché anche lei – come il suo amico Ahmed e come prima di lui Patrick Zaki – fa ricerche “scomode” che non piacciono al governo egiziano.


L’attivismo e la ricerca “scomoda” che non piace al regime

«Ahmed sapeva dei rischi a cui andava incontro tornando in Egitto. Ne avevamo parlato soltanto qualche giorno prima e io ho più volte insisto con lui per non farlo tornare. Ma non tornava da un anno e mezzo e gli mancavano troppo i suoi amici e la sua famiglia». Come Patrick Zaki anche Ahmed stava facendo un master all’estero, nel suo caso una biennale in sociologia alla Central European University a Vienna. Nelle sue ricerche si occupava di diritti umani, dei diritti delle donne e in particolare delle leggi anti-aborto in Egitto.

In Egitto collaborava ancora con un centro di ricerca sui diritti ma quando è tornato a casa non stava facendo delle ricerche, come confermano anche dall’Università. «Il suo attivismo, unito alle sue attività di ricerca danno fastidio al Regime. E poi Ahmed è molto virale sui social media – racconta Rawda – anche perché ha sempre avuto una forte vocazione politica. Aveva partecipato alla rivoluzione del 2011 e alle manifestazioni – fin quando si sono potute svolgere in Egitto – e da allora si è sempre battuto in difesa di prigionieri politici».

L’interrogatorio, la perquisizione a casa e la convocazione alla stazione di polizia

Al suo arrivo all’aeroporto internazionale di Sharm El Sheikh Ahmed sarebbe stato sottoposto a un interrogatorio, come ha raccontato la stessa università in una nota. Poi, mentre si trovava in vacanza, le forze di polizia avrebbero fatto irruzione nella sua casa. Infine lo hanno convocato alla stazione di polizia il 31 gennaio. Il primo incontro si è concluso senza problemi, non c’è stato neppure un vero interrogatorio. I poliziotti però gli hanno chiesto di tornare il giorno dopo.

Da quell’interrogatorio si è persa ogni traccia di Ahmed. La polizia si è limitata a dichiarare che il ragazzo non è in stato di arresto ma secondo una Ong egiziana, Freedom of Thought and Expression, un testimone lo avrebbe visto sempre nella stazione di polizia il giorno dopo (2 febbraio) e anche giovedì 4 febbraio. «Abbiamo chiesto di sapere dove si trovi e che venga rilasciato», ci dice un avvocato dell’Ong, Sherif Mohyeldeen.

Per quanto raro sia che uno studente o un giovane ricercatore sparisca nel nulla, non è eccezionale, come dimostrano i casi di Patrick Zaki e di Giulio Regeni. «Questa è chiaramente una campagna mirata contro i ricercatori che studiano all’estero», dichiara a Open una portavoce dell’associazione Egyptian Front for Human Rights.

«Temiamo che la Procura suprema per la sicurezza dello Stato (SSSP) possa muovere accuse arbitrarie contro di lui e che possa essere sottoposto a una prolungata detenzione preventiva, violando i suoi diritti e impedendogli di tornare ai suoi studi. Temiamo anche per la sua vita e la sua sicurezza, poiché la sua posizione rimane sconosciuta e poiché rimane illegalmente detenuto dalla polizia della sicurezza nazionale, nota per l’uso sistematico della tortura e dei maltrattamenti contro i detenuti politici».

Preoccupazioni che sono le stesse di Rawda: «Guarda al caso di Zaki – dichiara -, anche lui inizialmente è stato sottoposto a torture e a maltrattamenti durante l’interrogatorio e poi durante la sua detenzione. Più giorni passano senza sapere che fine ha fatto Ahmed, e più aumenta il rischio che gli succeda qualcosa di veramente brutto».

Leggi anche: