Dipendenza d’alcol. Parla il professor Scafato (ISS): «Anche i minorenni bevono per dimenticare la pandemia»

Numeri in chiaro sulla salute, la rubrica dove la scienza medica e i lettori si incontrano dandosi del tu. I dati sono il punto di partenza, a spiegarli (in modo semplice) ricercatori e scienziati

Stress, ansia, isolamento, senso di panico. Convivere con la pandemia è significato per molti fare i conti con difficoltà sopìte o mai conosciute. Un tunnel troppo buio che in tanti hanno deciso di percorrere tenendo stretta in mano una bottiglia. È l’alcol dipendenza una delle grandi piaghe che Covid-19 ha accentuato o addirittura fatto nascere: contatti sociali quasi azzerati, servizi di sostegno psicologico di colpo scomparsi, un ambiente domestico da cui si è sempre fuggiti e che ora si è costretti a frequentare senza alcuna alternativa.


Tutto questo si traduce in numeri che fanno paura: +446%, la percentuale di alcol consumato in un anno in Italia tra vino, cognac e vodka. +209% per la fascia d’età dai 18 ai 24 anni. «E il problema è aumentato anche tra i minorenni». Il professor Emanuele Scafato è da anni sul campo per la lotta alla dipendenza da alcol. Direttore del centro dell’Oms per la Ricerca e la Promozione della Salute sull’Alcol, a capo dell’Osservatorio Nazionale Alcol, e del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, spiega la realtà complessa che c’è dietro i numeri raccolti.

Professore, quali sono le cifre legate al consumo d’alcol nel dettaglio e quanto è grande il problema di cui si parla?

«L’onda ha riguardato tutta Europa con un exploit di consumo d’alcol nei singoli Stati che ha portato il settore a perdere soltanto il 9% di fatturato. L’attaccamento alla vecchia o nuova abitudine del bere, a seconda dei casi, ha seguìto l’andamento della pandemia: prima della chiusura totale, a marzo, c’è stato un accaparramento incredibile nei supermercati per poi ripiegare sui siti online, con il boom del wine delivery per esempio. Gli ultimi dati raccolti in proposito da Idealo, il portale internazionale dedicato alla comparazione prezzi, parlano di un +110% di ordini online, con un consumo per l’Italia raddoppiato, soprattutto nella fascia giovanile.

Con la prima riapertura poi si è arrivati a un +446% di interesse. E c’è di più. La frequenza tra i consumatori a rischio, che quindi non avevano ancora sviluppato una dipendenza a tutti gli effetti, è aumentata del 66%. Un dato triste confermato anche dalle liste d’attesa sempre più lunghe per i servizi di assistenza territoriale».

E per i giovani che periodo è stato?

«Di grande difficoltà. I dati sul consumo riguardano in primis la fascia dai 18 ai 24, ma i casi intercettati purtroppo non escludono i minorenni. Le chiamate di genitori in difficoltà con figli giovanissimi intossicati dall’alcol sono arrivate ai servizi territoriali in maniera sempre più frequente. Si parla di una fascia che parte dai 12 anni. Delle 48 mila intossicazioni registrate nei pronto soccorsi sappiamo che il 17% di questi riguarda i minori di 14 anni».

Ma quali sono le cause dietro questi dati? Sottovalutazione di un problema già presente o solo effetto Covid?

«Purtroppo entrambe le cose. Dietro questi dati c’è la vita reale di giovani che evidentemente avevano già un problema di alcol e che fino al momento dell’isolamento erano riusciti a gestire la situazione fuori dal contesto familiare. I luoghi di aggregazione sono stati sostituiti presto da quelli virtuali, dove è diventato normale dedicarsi ad aperitivi digitali, incontri in videochat degenerati in situazioni pericolose per la salute. Una cartina tornasole per tutte quelle situazioni che fino a quel momento erano sconosciute».

E per chi si è ritrovato a lottare con una dipendenza del tutto nuova?

«Internet non ha aiutato. Pensiamo ai frequenti episodi di una vecchia modalità di divertimento tornata in auge proprio durante il periodo di pandemia: la “Nek Nomination“. Un gioco virtuale che consiste nel nominare tre amici chiamati a filmarsi mentre bevono alla goccia un’intera bottiglia di super alcolico. Una moda che sembrava essere scomparsa ma che ora sembra aver preso nuova forza, e insieme ad essa anche le nuove intossicazioni da alcol».

Noia? Senso di sfida?

«Direi anche una valvola di sfogo, una reazione all’isolamento e alla pressione psicologica che questo periodo ha comportato. L’obiettivo è allontanare i problemi, come si usa spesso dire: “bere per dimenticare”. E questo senso di fuga dato dall’effetto dell’alcol è ancora più favorito nei giovani per via dell’assenza nel loro organismo di deidrogenasi: l’enzima che metabolizza la sostanza alcolica attutendone l’assorbimento. La bevanda ha quindi un impatto molto più forte perché manca la proteina che fa da filtro».

Quali sono le conseguenze?

«Dai 12 ai 25 anni l’alcol non fa nient’altro che interferire nello sviluppo del cervello determinando inevitabili deficit cognitivi. È dimostrato che l’alcol impedisce la maturazione della razionalità cognitiva. Si rimane in buona sostanza impulsivi, depressi, particolarmente incapaci del controllo delle proprie reazioni. Questo perché, nonostante la crescita, si continua a lavorare con la parte laterale del cervello, mentre lo sviluppo della corteccia frontale, quella che ci rende homo sapiens, viene inibito dalla sostanza alcolica. E poi, sempre dal punto di vista neurologico, il danneggiamento su una cellula altamente specializzata: l’ippocampo, destinata all’orientamento della memoria.

Abbiamo spesso risonanze magnetiche di ragazzi che praticano il binge drinking soprattutto nel fine settimana e già dopo 3 mesi mostrano una riduzione evidente dell’ippocampo e aree di danno che non verranno mai più recuperate. Le cellule iper specializzate si formano difatti solo in quel periodo e non vengono mai più sostituite».

Mentre la dipendenza e l’abuso d’alcol in questi mesi crescevano, come hanno reagito i servizi del Sistema sanitario?

«Per chi seguiva già un percorso di riabilitazione i servizi sono stati sospesi facendo perdere l’opportunità agli alcol dipendenti di potersi avvalere del supporto psicologico e motivazionale nel controllo terapeutico e farmacologico. Completamente abbandonati anche nella gestione dei sintomi da compulsività e astinenza. Anni di successi in termini di sobrietà sono stati persi, soprattutto per i single e quelli che vivono da soli in casa. Per tutti coloro che hanno sviluppato la difficoltà da zero, la situazione è stata altrettanto complessa. La disuguaglianza di assistenza tra le dipendenze da parte del Sistema Sanitario è stata ancora più evidente.

Perché disuguaglianza?

«Nella relazione al Parlamento abbiamo riportato una realtà problematica: stimiamo circa 700mila consumatori d’alcol dannosi, quelli cioè che hanno già un danno d’organo, e che devono essere trattati a tutti gli effetti come degli alcol dipendenti. In carico ai servizi ne abbiamo ritrovati soltanto 62mila: significa meno del 10% del bacino di utenza che dovrebbero avere.

Se per i settori delle tossicodipendenze durante la pandemia si è agito attraverso terapia sostituiva per arginare le conseguenze della minore disponibilità delle sostanze, vedi metadone, per gli alcol dipendenti tutto questo non è stato fatto. Solo tardivamente il mondo dell’Auto mutuo aiuto si è attivato nella creazione di alcune chat per fornire, attraverso il mezzo digitale, il supporto motivazionale di cui un alcol dipendente ha bisogno per essere sostenuto nel cambiamento.

È un vero caso disuguaglianza e mostra ancora di più il fatto che l’attuale organizzazione delle dipendenze viene assorbito da un servizio chiamato ad occuparsi di troppi ambiti insieme e in maniera indistinta: alcol, droga, gioco d’azzardo, shopping compulsivo. Il Sert, nato per le tossicodipendenze, è stato trasformato in Serd, e cioè per tutte le altre tipologie di abuso. Ma le necessità di intervento e di gestione sono evidentemente differenti. Al momento i servizi di alcologia sono schiacciati in un sistema che sottovaluta la specificità del problema».

Virus e alcol, che rapporto c’è? Chi abusa di bevande alcoliche può essere più esposto al contagio?

«Purtroppo sì. L’alcol ha senza dubbio amplificato la diffusione della pandemia e questo perché nei consumatori il sistema immunitario è più debilitato, più predisposto ad acquisire l’infezione, soprattutto quella virale. Ci sono una serie di evidenze relative agli esiti: chi era un consumatore anche solo a rischio di dipendenza ha avuto dei sintomi molto più gravi, con ricoveri in terapia intensiva molto frequenti, e un rischio di mortalità maggiore. È un messaggio da chiarire, anche rispetto a tutte le informazioni completamente false diffuse sul tema negli ultimi tempi».

Quali sono state le fake news più pericolose?

«Quelle diffuse dai produttori tramite i social e quindi maggiormente rivolte ai giovani. Si è arrivati addirittura a parlare di un’azione quasi disinfettante dell’alcol nei confronti del virus. Un’informazione completamente falsa. Il messaggio da trasmettere è che non esiste, soprattutto per i giovani, un “bere consapevole o responsabile”, così come viene spesso chiamato negli spot. Dai 12 ai 25 anni l’unica responsabilità da mantenere è quella di evitare il consumo perché l’interferenza con il sistema cognitivo è molto alta».

Se fossi un giovane che dopo mesi di pandemia si trova a combattere con una dipendenza da alcol, a chi potrei rivolgermi e cosa potrei fare?

«Tema purtroppo complesso. Le direi prima di tutto di rivolgersi al medico di base, ma so anche bene che spesso questo passaggio non porta frutti. Il più delle volte non ci sono professionisti che sappiano intervenire sul problema o perfino individuarlo. Secondo indagini a livello europeo solo il 30% dei medici di medicina generale dimostra di riuscire a identificare un rischio di dipendenza o è capace nell’intervento motivazionale che può spingere il giovane a rivolgersi ai servizi adibiti.

La rete è carente anche nell’ambito ospedaliero. Dopo una forte ubriacatura o un’intossicazione, il ragazzo che arriva in pronto soccorso e viene nell’immediato, quale percorso intraprende? Entra in una rete di protezione? Parlerà con uno psicologo? Il processo per riuscire a capire se quell’episodio è stato davvero un problema di una sera o una questione più radicata, di fatto non è assicurato. E basarsi su esperienze di adulti per affrontare le dipendenze dei giovani non può essere una soluzione.

L’intervento principale da dover garantire è quello preventivo. Nel caso in cui la problematica sia stata già sviluppata bisogna rivolgersi direttamente ai servizi adibiti: alle associazioni di sostegno, a quelle di Auto mutuo aiuto, ai centri regionali autorizzati. Non c’è bisogno di formalità, un colloquio privato e informale potrà aiutarli ad avvicinarsi gradualmente, anche con l’aiuto di testimonianze di coetanei che hanno già superato il problema. E poi l’utilizzo costruttivo dell’informatica.

L’ideazione di app e chat aperte per chi avverte i primi segnali può aiutare i ragazzi ad approcciarsi ad un percorso di consapevolezza. Una specie di salute elettronica a cui potersi rivolgere per una diagnosi preliminare del proprio stato di rischio, un “alcol disorder identification test” a cui il ragazzo può accedere rispondendo a delle semplici domande di valutazione. Il dialogo in tutte le sue forme e strumenti è il canale principale che sistema sanitario, scolastico e familiare è chiamato a garantire affinché i giovani capiscano che non c’è spazio per la marginalizzazione, e che i problemi di certo non annegano nel bicchiere ma sanno nuotare molto bene».

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