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Coronavirus. Una sentenza austriaca viene usata (e travisata) per negare l’idoneità del test PCR

Il pronunciamento del Tribunale amministrativo di Vienna riguarda ben altri temi

Una sentenza (VGW-103/048/3227 / 2021-2) del Tribunale amministrativo di Vienna, risalente al 24 marzo 2021, avrebbe ritenuto il test PCR non idoneo a diagnosticare la Covid-19. Avrebbe «esaminato da vicino le basi della politica del governo federale austriaco e riscontrato che la definizione di malattia del ministro della Sanità, Anschober, è completamente sbagliata e infondata». In realtà il contenuto del documento è stato del tutto travisato.

Tralasciando le ovvietà, che qualche media complottista ha evidenziato, facendo presente che essere positivi non significa presentare i sintomi della malattia dovuta al nuovo Coronavirus (nessuno si è mai sognato di sostenere il contrario), l’idea stessa che un tribunale possa decretare l’invalidità di un’intera tipologia di test, basata sul rilevamento di specifiche sequenze genetiche univoche – in questo caso del SARS-CoV-2 – è piuttosto fantascientifica. Un precedente analogo potrebbe essere quello di una sentenza portoghese, da noi analizzata in un articolo di novembre.

Per chi ha fretta

  • Una sentenza austriaca viene utilizzata per sostenere che i test PCR sarebbero non idonei a diagnosticare la Covid-19;
  • Il documento in questione parla invece di un divieto di manifestazione;
  • Le parti riguardanti i test PCR sono elementi accessori della sentenza;
  • La decisione del Tribunale si baserebbe sul fatto che rilevare la positività, dopo un numero eccessivo di “tentativi”, non dimostrerebbe che si sia ancora contagiosi.

Analisi

Tradurre è sempre un po’ tradire. Passare dalla lingua originale di un testo alla nostra, comporta sempre il rischio di farlo male. Interpretare in maniera sbagliata parti ambigue potrebbe stravolgere il senso di una intera narrazione. Se può capitare con l’inglese, figuriamoci con la sentenza in tedesco di un tribunale austriaco. Per fortuna ci viene in aiuto il collega Andre Wolf di MIMIKAMA, con un fact checking molto esaustivo. Sugli aspetti tecnico/scientifici, vi invitiamo a leggere la nostra Guida ai test diagnostici anti-Covid. Nella sentenza si menziona in diverse parti il test PCR. Quando si leggono concetti come «risultati dei test», il Tribunale si riferisce a un uso confusionario dei termini da parte delle autorità.

Di cosa parla davvero la sentenza?

Per quanto possa sembrare incredibile, il focus del documento riguarda ben altro. Lo possiamo capire meglio dal seguente passaggio, riassunto dal collega di lingua tedesca:

«Il tribunale amministrativo di Vienna […] sulla denuncia […] del 30 gennaio 2021, […] con cui è stata vietato il raduno indicato per il 31 gennaio 2021, giustamente ricordando: I. Si dà seguito al reclamo e si risolve la decisione impugnata; Il divieto è stato fatto in modo sbagliato».

Insomma, il tribunale austriaco si è pronunciato a seguito di «un divieto di raduno che è stato pronunciato per una manifestazione» negazionista. Perché?

«I test da soli non dicono nulla sul numero di infezioni o di persone malate […] solo un medico può determinare se qualcuno è malato. Da qui parte la motivazione della sentenza, in cui si legge “L’OMS rifiuta il solo affidamento al test PCR”».

Positivo non significa necessariamente malato, e lo sapevamo già

Un pubblico di lettori con lacune sul tema può così essere facilmente conquistato, presentando la sentenza come una condanna dei test PCR. In realtà è piuttosto assodato il fatto che buona parte della popolazione risulta asintomatica, e non presenta alcun segno immediatamente diagniosticabile della malattia. L’importanza di tracciare i positivi riguarda proprio il fatto che queste persone sono ugualmente infettive, pertanto agevolano una più subdola diffusione del virus.

Eppure il divieto della manifestazione è stato respinto dalla sentenza, in virtù di alcune fonti dell’OMS, dove si evincerebbe che il solo test PCR non basterebbe a determinare l’infettività di un positivo, in quanto non sarebbe adatto oltre i «24 cicli (Cycle Threshold)».

In che senso la PCR non basta?

Per capire cosa si intende esattamente, riportiamo un estratto dell’intervista fatta da Wolf al biologo molecolare Martin Moder:

«Il valore PCR può fornire solo informazioni indirette sulla quantità di sostanze ricercate – continua Moder – In questo caso, questa sostanza deve essere un’informazione genetica. In linea di principio, i test PCR possono rilevare solo informazioni genetiche. O direttamente, se l’informazione genetica è nel DNA, nel caso del virus può anche rilevare l’RNA».

«Per fare questo, devi prima trascrivere l’RNA in DNA. In linea di principio, questo funziona in modo tale che molte copie di queste informazioni genetiche siano realizzate con l’aiuto di un enzima. Quindi in quel caso è una sezione delle informazioni genetiche del coronavirus. Ne vengono fatte molte copie finché non ci sono abbastanza copie per provare o meno la loro presenza».

«Per fare queste copie, la PCR passa attraverso diversi cicli. Il numero di copie è raddoppiato in ogni ciclo! Questo è il motivo per cui la quantità iniziale esistente può essere determinata indirettamente tramite questo numero di cicli […] Questo è quindi il valore CT di cui si è parlato più e più volte. Il valore CT indica fondamentalmente il numero di cicli che dovevano essere eseguiti durante la PCR prima che l’informazione genetica potesse essere rilevata».

Effettivamente sarebbe buona norma verificare anche la presenza di anticorpi con un test sierologico. Dopo un certo limite di cicli (secondo Moder il limite dovrebbe essere pari a trenta), è plausibile che la carica virale sia piuttosto bassa. Le particelle virali potrebbero essere ormai inattivate a seguito dell’immunizzazione. Nessuno studio afferma però che possiamo farne un paradigma valido per tutti i positivi al SARS-CoV-2.

Conclusioni

Il meccanismo assai noto della polarizzazione fa sì che buona parte dei lettori, fidelizzati ai contenuti complottisti, evitino la cosiddetta «informazione mainstream», perdendo così tutte le precisazioni e contestualizzazioni, che permetterebbero loro di riconoscere dal principio le notizie basate sulla mistificazione di fonti reali, come è successo in questo e in altri casi da noi trattati da anni.

Open.online is working with the CoronaVirusFacts/DatosCoronaVirus Alliance, a coalition of more than 100 fact-checkers who are fighting misinformation related to the COVID-19 pandemic. Learn more about the alliance here (in English).

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