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La morte di Abdel in ospedale e i dati scomparsi dal San Camillo: «Gravi lacune nella cartella clinica»

L’indagine della Regione: riscontrata anche la difficoltà a reperire la mediazione culturale. La salma tornata in Tunisia prima di Natale

Il suo corpo è tornato in patria, in Tunisia, prima di Natale. Nel frattempo, al di qua del Mediterraneo, continuano le indagini per fare luce sul destino di Wissem Ben Abdel Latif, 26 anni, morto a inizio dicembre dopo tre giorni di ricovero all’ospedale San Camillo di Roma, dove era stato spedito (con passaggio intermedio in un altro ospedale) dal Cpr, Centro per il rimpatrio, di Ponte Galeria. Ed emergono gravi irregolarità. L’inchiesta interna voluta dalla direzione Salute della Regione Lazio mette in luce quanto già scoperto da alcune testate. Prima di tutto che la cartella clinica del ragazzo presenta gravissime lacune. Non è dato sapere, scrive oggi Repubblica, i parametri vitali di Wissem, ma nemmeno se ha mangiato o bevuto nei tre giorni di degenza al San Camillo. «Soprattutto al Servizio psichiatrico del San Camillo, la qualità della documentazione sanitaria ha mostrato rilevanti criticità», si legge in una nota dal Centro regionale Rischio clinico.


La «contenzione fisica»

Non solo: secondo le indagini «è emersa la difficoltà nel reperimento del servizio di mediazione culturale». Il ragazzo quindi non avrebbe avuto modo fin da principio di capire cosa stava accadendo parlando con un mediatore culturale. Wissem Abdel poi era un paziente ricoverato «in contenzione». Aspetto su cui non è possible sapere nulla, perché nulla emerge dalle carte come già anticipato dal Garante dei detenuti fin dall’inizio. Il ragazzo arriva prima all’ospedale Grassi il 23 novembre: la diagnosi è di disagio «schizo-affettivo» e risultava aver rifiutato le cure prescritte al Cpr dove stava da ottobre (e da cui, si scoprirà dopo la morte, sarebbe potuto uscire ma nessuno lo aveva informato). Secondo i suoi compagni «non accettava quella condizione». Due giorni dopo Wissem viene trasferito al San Camillo per competenza territoriale. Qui, dalle carte, risulta la data di inizio della procedura di immobilizzazione, appunto il 25 novembre. Ma non risulta la fine.


Si parla di «comportamento aggressivo», di paziente «sedato». Niente altro, fino al 28 novembre e quell’«arresto cardiaco» annotato alle 4.20. Doveva esserci una scheda con i dati di «utilizzo della contenzione fisica». Ma non c’è. Non è ancora chiaro se persa o mai redatta. I legali del ragazzo e quello del Garante nazionale dei detenuti continuano a chiedere un’integrazione degli atti in loro possesso dove c’è soltanto il «registro di contenzione». «Viene segnalato alla Asl Roma 3 l’importanza di revisionare le procedure clinico-operative per la corretta gestione delle complicanze gestite nel reparto comprese le attività di monitoraggio, segnalazione e gestione di eventuali eventi avversi», scrive ancora la Regione secondo la ricostruzione di Repubblica. E segnala «l’importanza di attivare il servizio di mediazione culturale che è stato possibile solo dopo alcuni giorni dal ricovero». Per intervenire su queste gravi mancanze viene dato tempo fino a fine gennaio.

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