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Calisto Tanzi è morto: addio al fondatore di Parmalat, aveva 83 anni – Il video

L’imprenditore aveva 83 anni. È stato fondatore e proprietario per 40 anni del gruppo che poi ha portato alla bancarotta

Calisto Tanzi è morto a 83 anni. L’imprenditore ha legato il suo nome alla Parmalat, azienda di cui è stato fondatore e proprietario per 40 anni fino al crac del 2003 che lo portò in carcere insieme ad altri dirigenti e manager. Il processo per bancarotta fraudolenta che lo vide imputato si concluse nel 2014 con una condanna a 17 anni e cinque mesi di reclusione. Tanzi, diplomato in ragioneria, cominciò l’attività con un piccolo caseificio a Collecchio ribattezzato Dietalat nei primi anni Sessanta. La sua principale intuizione fu il TetraPak, ovvero la confezione in cartone e a lunga conservazione in cui si specializzò l’azienda. Tra gli anni Settanta e Ottanta Parmalat avviò una campagna pubblicitaria aggressiva, con testimonial del calibro di Niki Lauda, per sbaragliare la concorrenza.


Già nel 1973 il giro d’affari di Parmalat era pari a 20 miliardi di lire, che salirono a ben 550 nel 1983. Tanzi esibiva legami con la politica e la finanza, oltre che con il mondo cattolico. Negli anni Novanta arriva la quotazione in Borsa che di fatto nascondeva le prime difficoltà industriali e finanziarie. E le acquisizioni spericolate con un massiccio ricorso al credito e ai collocamenti obbligazionari. Nella galassia di Tanzi giravano società come Parmatour e Odeon Tv. Negli anni Ottanta arrivò l’acquisto del Parma Calcio, che Tanzi portò ai vertici del calcio italiano. Le difficoltà cominciano nel 1999 quando Tanzi compra Eurolat dal gruppo Cirio di Sergio Cragnotti per un prezzo esorbitante, oltre 700 miliardi di lire, per consentire proprio a Cragnotti di rientrare dei debiti con la Banca di Roma di Cesare Geronzi. Lo stesso schema si ripete quando nel 2002 Tanzi decide di comprare le acque minerali da Giuseppe Ciarrapico, anche lui indebitato con Banca di Roma.


Poi il crac dopo un buco nei conti che portò l’azienda a essere considerata tecnicamente fallita già nel 1989. Il 17 dicembre del 2003, dopo il mancato pagamento di un bond da 150 milioni di euro e le voci su un passivo che spinsero la Consob ad avviare accertamenti, Tanzi presentò come garanzia della solidità finanziaria del gruppo un deposito di 3,95 miliardi di euro intestati a una controllata presso Bank of America. Il giorno stesso la banca smentì l’esistenza del conto. In seguito si scoprì che il patron e il suo direttore generale Fausto Tonna avevano falsificato il documento ritoccandolo a mano e passandolo allo scanner. Due giorni prima era arrivato Enrico Bondi come amministratore straordinario. Poi le inchieste, i processi e le condanne.

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