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L’Italia ha cambiato idea sul nucleare? L’analisi di Swg: giovani meno ideologici, ma la maggioranza ancora non si fida – L’intervista

Il nucleare in Italia deve fare i conti con i due importanti referendum del 1987 e del 2011. Vidotto, direttore di ricerca per Swg: «Dopo Fukushima la fiducia è crollata, ma si guarda con attenzione ai nuovi impianti»

Crisi del gas, caro bollette, piani per la transizione green. La situazione energetica in cui si è ritrovata l’Italia alle porte del 2022 ha fatto tornare al centro del dibattito una vecchia conoscenza: l’energia nucleare. Complice la sua inclusione da parte della Commissione europea nelle «energie di transizione» verso l’obiettivo zero emissioni per il 2050, la questione si è riaperta. A settembre del 2021, il ministro Roberto Cingolani – che non si è ancora espresso sulla tassonomia europea – si è detto possibilista sull’apertura al nucleare per il nostro Paese, scatenando le ire degli ambientalisti. Nelle ultime settimane, poi, il fronte del centrodestra è tornato a sostenere apertamente l’opzione nell’ottica di una possibile «indipendenza energetica», alternativa alle importazioni di gas. Al di là dei vari schieramenti politici (il M5s ha già tuonato il suo no), il rapporto dell’Italia con il nucleare fa i conti con due importanti precedenti: il referendum del 1987 e quello del 2011. In quelle due storiche occasioni, la linea del no si era imposta con convinzione, lasciando poco spazio a iniziative concrete. Ma a 11 anni da Fukushima e a 36 anni da Černobyl’, l’opinione pubblica è ancora la stessa?


I nuovi sondaggi: vince ancora il no

Sondaggio Swg

Swg, che ha realizzato a giugno del 2021 un sondaggio sull’argomento, ha notato diverse differenze nella platea rispetto al passato. La maggioranza resta per il no, ma tra le nuove generazione qualcosa sta cambiando.


Il peso storico dei disastri

Il disastro della centrale di Černobyl’ del 1986 sancì la progressiva chiusura, dopo il referendum del 1987, delle 4 centrali presenti sul territorio nazionale: Trino Vercellese (Vercelli), Caorso (Piacenza), Garigliano Sessa Aurunca (Caserta) e la centrale di Borgo Sabotino (Latina) – all’epoca la più grande d’Europa e oggi l’ultima delle 4 ad ottenere il decreto di disattivazione, arrivato nel 2020. L’opinione pubblica, profondamente colpita dalle conseguenze del disastro, iniziò ad ammorbidirsi solo alle porte del nuovo millennio, quando il governo Berlusconi, dietro l’esempio della Francia, aveva annunciato nel 2009 di voler tornare a investire nelle centrali nucleari. L’apertura durò poco: l’incidente di Fukushima, avvenuto a marzo del 2011, portò a due mesi dopo a una sconfitta schiacciante del nucleare. Il referendum abrogativo del 12 e del 13 giugno si concluse con il 94% dei sì, cancellando le norme che aprivano alla possibilità di riaprire impianti nucleari in Italia.

«Fukishima è stato uno spartiacque importante», ha spiegato a Open il dottor Giulio Vidotto Fonda, direttore di ricerca Swg e a capo del team dello studio sul nucleare. «Nel 2005 si era iniziato a registrare un andamento positivo di interesse. Nel 2006 si arrivò al 47% dei contrari e al 53% dei favorevoli: una situazione rimasta pressoché invariata fino all’incidente del 2011. Da quell’anno in poi, la fotografia è rimasta la stessa: due terzi di contrari, un terzo di favorevoli». Gli oppositori più netti, in media, sono a oggi gli elettori del Pd e del M5s, le donne e i cittadini over 60 – che hanno vissuto più direttamente i disastri e il timore degli incidenti.

La novità: tra i giovani meno ideologia e più attenzione al green

Ma chi è, invece, che si dice favorevole al nucleare oggi? «Ci sono in primis gli elettori della Lega e gli uomini», spiega Vidotto. «Ma ci sono anche i millennials e coloro che si definiscono più informati. I giovani, d’altronde, non hanno vissuto il dibattito ideologico direttamente, e si orientano di più pensando all’ambiente». In assoluto, secondo i dati, rimane in testa la scelta delle energie rinnovabili, preferite dal 71% dei millennials. D’altronde, al di là dell’inquinamento diretto, il cemento necessario a costruire le centrali è realizzato da un’industria che ogni anno immette 2,8 miliardi di tonnellate di CO2 nell’atmosfera. Restano comunque i millennials ad avere la percentuale più alta di sì al nucleare (21%, contro il 6% della GenX). Secondo Swg, inoltre, è possibile che, alla luce degli sviluppi sulla crisi e delle nuove indicazioni della Commissione, la tendenza verso un apertura al nucleare aumenti. In verità, l’endorsement dell’Ue non risulta essere così motivante per l’opinione pubblica: ad attirare nuovi “possibilisti” è più la prospettiva di un’ipotetica indipendenza energetica.

Ma i dubbi sulle scorie restano

Il terrore delle scorie nucleari resta comunque una componente importante nell’opinione pubblica italiana, che, come visto, rimane orientata per il no. La contrarietà resta anche tra i giovani. E il motivo è storico (oltre che ambientale): i rischi legati ai depositi delle scorie nucleari. La loro gestione è un problema enorme. In Italia lo stoccaggio provvisorio è organizzato in 20 depositi che continuano ancora ad essere riempiti, a cui si aggiungono decine e decine di piccoli depositi temporanei (come ospedali, acciaierie, centri ricerche). Il 30 dicembre 2020, la Sogin – la società pubblica di gestione del nucleare – ha ricevuto il nullaosta dal governo per diffondere i dati sul deposito atomico in Italia, grazie all’eliminazione del segreto di stato sul collocamento delle scorie nucleari. Quel che è emerso è una mappa delle aree d’Italia idonee a ospitare il “Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi”, da realizzare per legge entro il 2029. Attualmente, però, la situazione rimane diversa.

La fiducia suoi nuovi impianti, ma resta poca cultura sul tema

Nonostante importanti cambiamenti nei parametri di valutazione, a oggi il 59% del campione Swg si sente ancora poco informato sul tema. A smuovere gli indecisi, però, c’è un altro parametro: la fiducia nelle nuove tecnologie, che potrebbero ridurre il problema dei rifiuti. I reattori di ultima generazione, che promettono di essere «più economici, più sicuri e con un minor tasso di produzione di rifiuti nucleari», hanno portato il 56% del campione ad aprirsi in maniera possibilista (per quanto solo il 7% di questi sia convinto senza riserve). Attualmente, gli scienziati dell’Ue sono al lavoro per lo sviluppo di reattori veloci refrigerati a piombo.

Immagine di copertina: EPA/FOCKE STRANGMANN

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