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Il boss albanese e i legami con «gli eredi di Escobar», così voleva conquistare Roma

Gli accordi del boss Demce dal Marocco alla Calabria. E l’ammirazione per Cutolo

Elvis Demce sognava in grande e puntava a controllare in tempi rapidi tutte le piazze di spaccio della capitale. Lo si capisce con chiarezza dall’ultima informativa dei Carabinieri depositata nell’ambito delle indagini della procura di Roma riassunta da Repubblica. Il gruppo è stato arrestato lo scorso gennaio, ma le indagini proseguono in vista del processo. E proprio di gennaio 2021 sono i messaggi intercettati sul cellulare di Demce che spiegano come, grazie ad un accordo con la polizia marocchina, per l’organizzazione albanese (e evidentemente non solo per loro) fosse possibile far transitare la droga direttamente dalla Colombia, con uno scalo in Marocco e uno in Calabria.


L’hermano e il carico di droga

Quello che arriva a Demce è la segnalazione dell’ “hermano” che può far transitare il carico una volta attraversato l’oceano:  «Ti spiego un poco per darti conto del livello di questa operazione – gli scrive – Questo operazione è controllata e autorizzata dalla cupola militare. Già il direttore del porto e transitario sono stati chiamati per ricevere ordini sopra il trattamento dei containers che vanno a Gioia Tauro (Non verranno controllati)». L’accordo riguarda anche i colombiani, che poi sono l’obiettivo di Demce che sogna di ergersi ad erede del cartello di Medelin: «I laboratori più forti da Colombia fanno paura come la cucinano ma non vedi che perle che fanno», scrive. E aggiunge che il suo obiettivo è accordarsi con «gli eredi di Pablo, sono quelli di Medelin, il top. Sono quelli che controllano la guerriglia nell’Amazzonia» .


La sua è una scelta di vita, i soldi non bastano: «Mi mancherebbe sempre qualcosa perché so criminale dentro, pure co 100 milioni in giacca e cravatta sempre bandito rimango dentro non saprei mai vive e ragionare da bravo cristiano». Meglio prendere esempio da Raffaele Cutolo, boss della Camorra morto in carcere pur di non collaborare con le indagini: «È morto sto grande uomo. Dal 79 carcerato. Lui rispose sono abituato tra sbarre e cancelli a vedere la mia famiglia e va bene così, mi da più affetto morire tra sbarre e cancelli con dignità che tra lusso e infamità». Quella sì è stata una vita, non come «quei omuncoli, vite di passaggio su sta terra per timbrare cartellino e consuma aria».

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