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Cosimo Di Lauro, chi era il camorrista morto in carcere che ispirò il personaggio di Genny Savastano in «Gomorra»

Il boss aveva 48 anni ed era in carcere dal 2005. Disposta un’autopsia per chiarire le cause della morte

Cosimo Di Lauro, il più giovane e famoso capoclan di Napoli, ritenuto l’artefice della prima faida di Scampia che nel 2004 provocò decine e decine di morti, è morto oggi, 13 giugno, nella sua cella del carcere milanese di Opera, in cui era detenuto in regime di 41 bis. Aveva 48 anni. Ora la procura di Milano ha disposto, oltre all’autopsia, una consulenza medico-legale e tossicologica per chiarire le cause della morte e le condizioni di salute nell’ultimo periodo di vita del camorrista.


Sul corpo del boss e nella cella non sarebbero stati trovati segni evidenti o elementi che possano far ipotizzare un suicidio o una morte violenta, ma non si esclude l’ipotesi dell’avvelenamento. In carcere dal 2005, lo stato di salute dell’ex reggente del clan di Lauro, la cui storia aveva ispirato la figura di Genny Savastano in Gomorra, sembra fosse compromesso da tempo: secondo i suoi legali, aveva turbe del sonno, allucinazioni, reazioni depressivo-ansiose, rifiutava la terapia e non voleva incontrare né i familiari né i suoi avvocati.


I legali avevano chiesto una perizia psichiatrica in ogni processo dal 2005 ad oggi, ma sono sempre state rigettate. «Ormai non rispondeva alle domande, era sempre sporco, assente. Sin dall’inizio ho sempre avuto la sensazione che fosse uno squilibrato – ha detto il suo avvocato, Saverio Senese -. Durante i colloqui (l’ultimo risalente a quasi 10 anni fa, nel carcere di Rebibbia, ndr) mi fissava, ma dava la sensazione che non fosse in grado di comprendere. L’autorità giudiziaria riteneva stesse fingendo. Se così è stato allora era anche un grande attore».

«Il principe», «the designer don», «o chiatto», «lo zoppo», tra i tanti soprannomi che Cosimo di Lauro si era guadagnato nel corso degli anni. Il primo, regalato dai cronisti, in riferimento alle sue origini: Di Lauro, infatti, era il primogenito di Paolo di Lauro, detto «Ciruzzo o’ milionario», capoclan che a Secondigliano aveva creato un impero sullo spaccio di droga grazie ai suoi contatti nella penisola iberica. Un impero che, quando il padre divenne latitante nel 2002, passò nelle mani di Cosimo, che centralizzò sempre di più l’affare droga, uno di quelli più redditizi del gruppo criminale, delegando nelle mani dei capi piazza il commercio al minuto in cambio del pagamento di una «tassa».

A lui più pentiti attribuiscono soprattutto un’operazione di svecchiamento del clan, un’epurazione interna dai vecchi affiliati fedeli al padre che, nel 2004, diede vita a una violenta scissione del gruppo criminale e a una cruenta lotta tra le strade di Napoli per il controllo di quella che era la piazza di spaccio più grande d’Europa. Nel giro di pochi mesi furono quasi un centinaio i morti in quella che oggi è conosciuta come la prima faida di Scampia, scatenata da uno dei camorristi più potenti e più crudeli che Napoli abbia mai visto.

La cattura e le condanne

Da quando fu stanato nel buio di uno sgabuzzino di casa di una 70enne nel quartiere fortino del Terzo Mondo, a Secondigliano, il 21 gennaio 2005, Di Lauro è stato ritenuto colpevole di numerosi omicidi. Ha accumulato sulle spalle tre ergastoli e quasi vent’anni di carcere. Nel febbraio 2008 arriva la condanna a 15 anni di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso, a pochi mesi dall’ergastolo.

L’accusa è di aver ordinato, il 21 novembre 2004, l’omicidio di Gelsomina Verde, l’ex fidanzata di un affiliato passato dalla parte degli scissionisti. La ragazza, poco più che ventenne, fu torturata perché ne rivelasse il nascondiglio. Dopo averla uccisa, il suo corpo venne dato alle fiamme. Di recente, era stato condannato, sempre all’ergastolo, per gli omicidi di Raffaele Duro, Salvatore Panico e Federico Bizzarro, avvenuti a Mugnano prima della faida del 2004.

L’ipotesi di instabilità mentale

Nel 2018, gli avvocati avevano chiesto ai giudizi della terza Corte d’Assise di Napoli di «sospendere il giudizio e di disporre una perizia psichiatrica» per accertare «le condizioni di salute psicofisica» e la capacità «di stare coscientemente al processo». «Assume dosi massicce di psicofarmaci somministrati da anni come a un paziente psichiatrico», scrivevano i legali, che chiedevano che il boss fosse sottoposto a cure specifiche fuori dal carcere. Istanza rifiutata come quelle precedenti.

Già nel gennaio 2008 la prima perizia psichiatrica di parte parlava di «condizioni di salute, lungi dall’essere nate improvvisamente o effetto di una simulazione, risultato di un lento processo». I medici elencavano ansia, disturbi mentali e comportamenti bizzarri «come ridere a crepapelle anche nel cuore della notte».

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