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Cosa vedremo con il telescopio James Webb: «La nascita delle stelle e l’alba dell’universo»

Le potenzialità dello strumento da 12 miliardi di euro: potremo studiare le galassie nate dopo il Big Bang

Dopo la prima immagine del gruppo di galassie SMAC 0723 la Nasa ha pubblicato nuovi scatti del telescopio James Webb. Lo spettro, ossia la composizione chimico-fisica con un dettaglio senza precedenti, di un pianeta esterno al Sistema, simile a Giove ma molto più caldo e distante 1.150 anni luce. E la nebulosa NGC 3132, conosciuta informalmente come la Nebulosa dell’Anello Meridionale, distante circa 2500 anni luce. Ma le potenzialità del telescopio costato 12 miliardi di euro e «in grado di captare un calabrone nell’orbita lunare» sono infinite. Alcune prova a metterle insieme oggi Marco Sirianni, astronomo di Padova, che lavora allo Space Telescope Science Institute di Baltimora in rappresentanza dell’Esa, l’Agenzia Spaziale Europea.


Le stelle e le galassie nate dopo il Big Bang

Serianni spiega oggi a Repubblica che Webb è 100 volte più potente di Hubble: «Ha uno specchio molto più grande, che riesce a raccogliere più luce e vedere oggetti più lontani. Rispetto al suo predecessore, poi, Webb è specializzato nell’osservare la frequenza infrarossa. Questo permette di vedere fenomeni nuovi». Come per esempio «la nascita delle stelle, che avviene all’interno di nubi di polveri e gas in cui la luce non riesce a penetrare. Hubble non riusciva a mostrarci questo fenomeno. Le radiazioni infrarosse raccolte da Webb invece attraversano le nubi, mostrandoci stelle e pianeti mentre si formano».


Nel colloquio con Elena Dusi l’astronomo spiega anche perché Webb sarà in grado di raccontarci l’alba dell’universo: «Gli oggetti molto antichi ci appaiono deboli e rossi a causa dell’espansione dell’universo. Webb, grazie al suo grande specchio e alla capacità di vedere l’infrarosso. È lo strumento ideale per studiare stelle e galassie primordiali, nate poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang». L’Italia punterà moltissimo su Webb attraverso Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e Inaf. Ben 9 dei 266 programmi prescelti per il primo anno di osservazioni scientifiche del nuovo telescopio saranno guidati da ricercatori italiani (7 da Inaf e 2 dall’Università di Milano-Bicocca e dalla Scuola Normale Superiore di Pisa).

Cercare la vita su altri pianeti

Serianni risponde anche a una domanda sulla ricerca di vita negli altri pianeti: «Oltre alle immagini, Webb raccoglie dati dall’universo sotto forma di spettri. Se osserviamo un pianeta, gli spettri ci informano su composizione chimica, temperatura, distanza e velocità. Gli spettri sono meno spettacolari, ma tra noi usa dire che se un’immagine vale cento parole, uno spettro vale mille immagini». Il telescopio ora si trova «a 1,5 milioni di chilometri da qui, in un punto chiamato Lagrange 2. Lì gira attorno al Sole alla stessa velocità della Terra, quindi la sua posizione rimane stabile. Terra, Sole e Luna restano sempre dietro di lui. Il loro calore viene schermato da uno scudo grande quanto un campo da tennis. Webb infatti deve restare sempre freddo, a meno 230°».

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