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Omicidio Civitanova, qual è il nesso tra disturbo psichiatrico e crimine? Tutte le ipotesi in campo

La decisione dell’aggressore di voltarsi indietro per inveire contro l’ambulante è indice di premeditazione oppure si tratta di un sintomo di un disturbo? Lo abbiamo chiesto a due esperti

L’avvocata Roberta Bizzarri ha chiesto una perizia psichiatrica per Filippo Ferlazzo, imputato per il barbaro omicidio dell’ambulante nigeriano Alika Ogorchukwu a Civitanova Marche. Secondo quanto afferma la madre di Ferlazzo, nonché sua tutrice, l’uomo sarebbe stato già sottoposto in passato a un Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), dovuto a «comportamenti psicotici». Le affermazioni riguardo al disturbo psichiatrico di cui sarebbe affetto non sono molto precise: si va dalla schizofrenia al disturbo borderline, arrivando al disturbo bipolare di tipo 1. A Ferlazzo sarebbero stati prescritti dei farmaci a lento rilascio. Il punto ora è capire se l’uomo fosse capace di intendere e volere al momento dell’atto. La sua decisione ti voltarsi indietro per inveire violentemente contro Alika è indice di una lucida premeditazione oppure si tratta di un sintomo?


Ferlazzo era in grado di intendere e volere?

Sia il disturbo borderline che la sindrome bipolare da sole non sono condizioni necessarie a commettere un delitto come quello compiuto da Ferlazzo. L’avvocato penalista Michele Maria Gambini, criminologo clinico, con regolare master di secondo livello riconosciuto dal Ministero, spiega a Open perché – stando alle fonti limitate che sono emerse fino a oggi -, le vittime in questo caso potrebbero essere due.


«Non c’è dubbio: sia la schizofrenia che il disturbo bipolare di tipo 1 sono patologie molto serie. Il secondo spesso prevede una pericolosità sociale persino maggiore dello schizofrenico», continua il penalista. Da quello emerso finora, sappiamo che l’aggressore è una persona che ha letteralmente perso il controllo di sé, e potrebbe essere affetta da una delle seguenti patologie psichiatriche: schizofrenia; bipolarismo di tipo 1; oppure disturbo borderline di personalità.

«Il disturbo bipolare di tipo 1 in particolare (se non propriamente curato) – precisa Gambini – può dare luogo a situazioni gravemente maniacali. Parliamo di perdita di contatto con la realtà e comportamenti aggressivi violenti. In presenza di una patologia del genere un imputato, qualora incapace di intendere e di volere al momento del fatto, non può essere punito». Parliamo di condizioni che prevedono scompensi psicotici, perdite totali del contatto con la realtà, se non adeguatamente contenute in via farmacologica.

«Allora perché non era in una struttura apposita? Il nostro ordinamento prevede la necessità che soggetti psichiatrici gravi siano assistiti dal Centro salute mentale territorialmente competente – spiega Gambini -, nonché da assistenti sociali, educatori. Ci sono anche strutture appositamente dedicate, come le case di cura. Non doveva essere lasciato a piede libero se si trovava in quelle condizioni. Tra l’altro, il soggetto pare avesse già subito un Tso, per tanto ha avuto in passato problematiche così serie da necessitare di un intervento psichiatrico coattivo».

«Se sarà giudicato incapace di intendere e volere al momento del fatto (questo dovrà appurare la perizia psichiatrica, non basta essere affetto da una patologia psichiatrica in generale), Ferlazzo non finirà in carcere ma in una Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), ovvero una struttura psichiatrica di cura per soggetti che hanno compiuto crimini, incapaci di intendere e volere, sottoposti a cure in quanto gravemente malati». Siamo sicuri che non c’entri un po’ anche il razzismo? «Il problema vero è che lo Stato non ha funzionato – conclude l’avvocato -, l’assistenza psichiatrica territoriale dovrebbe essere rafforzata».

Avere un disturbo psichiatrico non esclude la colpevolezza

Ma come abbiamo premesso, questo genere di patologie psichiatriche non implicano necessariamente l’incapacità di intendere e volere in situazioni come quella di Civitanova Marche. Se da un lato i farmaci non sempre sono risolutivi, dall’altro l’integrazione del paziente nella società resta preferibile al trattamento in una struttura chiusa, spiega a Open il dottor Marco Delli Zotti, che segue questo genere di pazienti nella circoscrizione di Lippstadt in Germania.

«Nel descrivere i disturbi attribuiti a Ferlazzo si è spaziato in quasi tutto il DSM5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) – continua il medico -, partendo da un disturbo di tipo affettivo, come quello bipolare; passando da un disturbo di tipo psicotico, come può essere la schizofrenia; fino al disturbo di personalità, come può essere quello borderline».

Tutti questi disturbi presi singolarmente o co-presenti in una persona, non escludono un intento omicida. «La letteratura psichiatrica contempla esempi di pazienti con disturbo bipolare, che nonostante la malattia manifestano la volontà di commettere atti criminali. Purtroppo nell’ambito giuridico sono noti casi in cui l’imputato tenta di giocare la carta dell’infermità mentale, partendo dal famoso caso americano delle presunte personalità multiple di Billy Milligan. Per quanto ne sappiamo, l’atto di Ferlazzo sembra premeditato».

Il fattore stressante era stato allontanato (il contatto col venditore ambulante) e mentre la sua ragazza stava guardando una vetrina, Ferlazzo è tornato ad aggredire Alika. «Quindi il disturbo psichiatrico potrebbe non c’entrare niente – spiega Delli Zotti -. Riuscire a intuire se la persona si trovava in una fase attiva di malattia o meno risulta molto speculatorio, anche il fatto stesso che stava tranquillamente in giro con la compagna suggerisce che non vi fosse alcuna fase acuta di malattia in atto».

Insomma, potrebbe venire a mancare un collegamento causale tra la manifesta pericolosità sociale e la malattia. D’altro canto, ci si chiede come mai la madre non fosse stato accanto a lui, anche in qualità di tutrice. «Il fatto che Ferlazzo avesse un tutore non significa necessariamente che fosse socialmente pericoloso. Potrebbe voler dire semplicemente che questa persona ha bisogno di una figura professionale accanto – continua il medico -, perché la sua malattia di base può impedirgli l’assolvimento di compiti e funzioni per noi scontate, come trovare un lavoro, andare alle Poste o pagare l’affitto».

Però rientrano in questa categoria anche le persone socialmente pericolose. «Ma non è necessariamente indicatore di una pericolosità sociale – conclude Delli Zotti -, o comunque di una persona che dovrebbe essere chiusa in un reparto di psichiatria acuta. Molti soggetti pur essendo affetti da malattia grave in realtà riescono comunque a integrarsi bene nella società. Lo scopo della psichiatria non è infatti isolare e trattare, ma riuscire a integrare nella società, permettendo a queste persone di avere una qualità della vita analoga a chi non è affetta da malattia mentale».

«La cosa più importante in tutte queste situazioni, in particolare nei pazienti affetti da malattia psichiatrica, è l’aderenza alla terapia, un monitoraggio continuo a livello ambulatoriale, e un contatto veloce con lo psichiatra, sul territorio o nelle strutture ospedaliere di riferimento, in caso di esacerbazione della malattia».

Foto di copertina: ANSA / Marina Verdenelli

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