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La trattativa Stato-Mafia ci fu, ma per valide ragioni. Le motivazioni dell’assoluzione dei carabinieri e di Dell’Utri

La sentenza esclude che siano state fatte promesse ai mafiosi colpevoli delle stragi di Capaci e Via D’Amelio

Nel 1992 i carabinieri trattarono con la mafia, ma lo fecero solo per fermare le stragi. È questa la ragione – spiegata in 2969 pagine di motiviazioni – che ha portato, il 23 settembre scorso all’assoluzione degli ex ufficiali del Raggruppamento Operativo Speciale (Ros) Mario Mori, Antonio Sabranni e Giuseppe De Donno, oltre che dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, disposta dalla corte d’assise d’appello di Palermo nel processo per la Trattativa Stato-mafia. In primo grado gli imputati erano stati condannati dal magistrato Alfredo Montalto in una sentenza che i giudici in appello hanno definito «incongruente».


Nessuna promessa alle mafie

Il secondo grado conferma – per penna dei giudici Angelo Pellino e Vittorio Anania – che delle negoziazioni avvennero, e nel loro ambito venne anche contattato l’ex sindaco mafioso del capoluogo siciliano, Vito Ciancimino, in modo che facesse da mediatore tra l’arma e Cosa Nostra. Nella motivazione depositata si legge che è: «Scartata in partenza l’ipotesi di una collusione dei carabinieri con ambienti della criminalità mafiosa; e confutata l’ipotesi che essi abbiano agito per preservare l’incolumità di questo o quell’esponente politico».


Insomma, il canale con Cosa Nostra venne aperto per «fini solidaristici (la salvaguardia dell’incolumità della collettività nazionale) e di tutela di un interesse generale – e fondamentale – dello Stato» si apprende dal documento. Ogni eventuale concessione alle mafie, quindi, sarebbe dovuta essere accompagnata dalla una «decapitazione» dell’ala stragista. Ad ogni modo, la sentenza esclude che siano state fatte promesse ai mafiosi colpevoli delle stragi di Capaci e Via D’Amelio.

La cattura di Totò Riina

Cruciale nello sviluppo della vicenda è la cattura del boss di Cosa Nostra Totò Riina, il 15 gennaio 1993, che metteva lo Stato in una posizione di forza dalla quale i giudici considerano «pensabile e praticabile un dialogo» – senza che questo apparisse come un segno di debolezza – per l’istituzione di una «coabitazione» piuttosto che di uno «stato di guerra permanente».

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