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I bigliettini, il matrimonio in crisi e la «colpa» del capo: perché il carabiniere Antonio Milia ha ucciso Doriano Furceri

Il brigadiere e i post-it contro i colleghi. Con un’ossessione nei confronti degli invidiosi. L’indagine sui medici del reintegro

Il brigadiere Antonio Milia nel gennaio scorso aveva sparato contro il pavimento della caserma dei carabinieri di Asso in provincia di Como. Che da qualche tempo era diventata il suo deposito personale di «bigliettini». Nei quali si lamentava di questo o di quel collega, che agiva – secondo lui – per ostacolarlo o per invidia nei suoi confronti. Su tutti il bersaglio preferito era il comandante Doriano Furceri. Che si era detto contrario a riammetterlo in servizio dopo le cure psichiatriche. E secondo Milia in questo modo provocandogli anche una crisi matrimoniale. Tanto insanabile che stava arrivando alla separazione. Per questo gli ha sparato nel suo ufficio e poi lo ha inseguito per tutto il piano terra della caserma per dargli il colpo di grazia. Mentre ai piani alti dell’edificio i familiari di entrambi si nascondevano negli alloggi di servizio.


L’indagine sui medici del reintegro

La storia del trasferimento di Furceri da Bellano ad Asso per le scritte sui muri in cui lo accusavano di tradire sua moglie (sempre negate dal comandante) non c’entrerebbe quindi nulla con l’accaduto. Il Corriere della Sera spiega oggi che i magistrati interrogheranno i componenti della Commissione medica che ha autorizzato il ritorno in servizio del brigadiere. Che da gennaio era malato di disturbi mentali, era stato ricoverato in psichiatria ed era perseguitato da ossessioni. Convinto che il mondo ce l’avesse con lui. Durante l’interrogatorio, spiega il quotidiano, Milia ha raccontato che Furceri era responsabile anche dei suoi problemi familiari. Non andava d’accordo con la moglie, era sull’orlo della separazione e il comandante gli complicava la vita non reintegrandolo in servizio. Infatti Milia era in licenza giovedì quando è entrato nella caserma di Asso. Da qui quelli che il giornale chiama «i pizzini del brigadiere». Ovvero post-it posizionati nei corridoi e nelle sale comuni affinché i colleghi li trovassero e li leggessero. Piccole storie con accuse nei confronti del comandante e di altri colleghi.


I post-it contro i colleghi

Claudio Mencacci, direttore di neuroscienze al Fatebenefratelli di Milano, dice che le tragedie di Asso e di Assago «ripropongono il problema della salute mentale. Una situazione enormemente peggiorata in pandemia. Anche se dobbiamo tener presente che la percentuale di atti di violenza attribuibili a soggetti affetti da malattia mentale corrisponde al 3-4% di tutti gli atti di violenza». Mencacci però ricorda anche che «non tutti i soggetti che mostrano un disagio mentale possono essere internati, inoltre c’è la libertà di cura. Nel caso del carabiniere temo che le valutazioni, su chi tra l’altro porta un’arma, vengano fatte solo sulle carte. Detto ciò permane sempre un margine di imponderabilità. Difficile capire quando un disagio mentale si può tradurre in atti di violenza». Furceri lascia una moglie e tre figli. Milia è padre di due ragazze e di un maschio di 9 anni.

L’avvocato: «C’è di più»

L’avvocato Roberto Melchiorre, che difende Milia, ha detto che «dobbiamo capire cosa è successo, e non solo questa notte, perché c’è di più. Una situazione da approfondire nelle sedi opportune, non solo quelle giudiziarie, perché molto delicata». Durante l’interrogatorio il militare «ha fornito la sua versione, dando massima collaborazione agli inquirenti per quanto possibile perché è davvero molto provato. Lasciamo lavorare gli inquirenti e i consulenti perché ce ne sarà davvero bisogno», ha aggiunto il legale. Le cause sono «una questione davvero complessa e una tragedia, un dolore, per troppe famiglie».

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