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No! Queste foto non dimostrano un furto d’oro in Iraq da parte degli Stati Uniti

Gli scatti ritraggono realmente dei soldati americani durante un sequestro di lingotti, ma non si trattava di oro

Sul web circolano numerose foto di militari statunitensi che posano assieme a grandi quantità di lingotti d’oro. A volte tenendoli in mano, altre sedendovici sopra. Sembra proprio quello che potrebbero fare dei ladri fieri della propria refurtiva. In effetti, i social pullulano di utenti che accusano l’esercito Usa di aver trafugato quell’oro durante la missione in Iraq. La verità è che gli americani avevano sequestrato dei lingotti in Iraq per poi scoprire che non si trattava di vero oro, ma di una lega di rame e zinco. Ad ogni modo, le riserve auree irachene non mostrano fluttuazioni significative.

Per chi ha fretta:

  • Circolano delle foto che mostrano militari americani posare con molti lingotti.
  • C’è chi sostiene il loro valore sia di migliaia di miliardi di dollari e che gli Usa li abbia rubati all’Iraq.
  • Risulta, invece, che i militari statunitensi li avrebbero sequestrati a dei contrabbandieri.
  • Il materiale sequestrato, a seguito delle analisi in Kuwait, non risultava affatto oro ma di una lega di rame e zinco.

Analisi

Di seguito vediamo lo screenshot di uno dei post che stanno circolando su Facebook. Nella descrizione si legge:

«DA TWITTER… Oltre 50mila miliardi di dollari in oro e petrolio sono stati rubati durante l’invasione NATOAmericana in Iraq; INDOVINATE DA CHI? Tenete sempre presente che Saddam non aveva alcuna arma di distruzione di massa, non era coinvolto nell’11 settembre ma semplicemente non era più funzionale agli interessi geopolitici a stelle e strisce. #FuoriDallaNato»

Le immagini sono riprese anche da un articolo del sito russo Inosmi, nel quale leggiamo il seguente commento: «le armi di distruzione di massa dell’Iraq si sono rivelati lingotti d’oro».

Le foto del camion

Riscontriamo un’altra foto, non presente insieme alle altre del post che circola online, dove l’ambiente risulta essere identico.

Come possiamo osservare, tutte le 4 foto sotto riportate sono state scattate all’interno di un camion.

Lo scatto del soldato in pieni (sopra a destra) la troviamo pubblicata nel sito Stripes.com con la seguente descrizione:

Iraq, May, 2003: Maj. Robert Gowan, public affairs officer with the 173rd Airborne Brigade, displays the 999 bars of gold on the bed of a truck that was stopped by soldiers of the 173rd at a checkpoint on the outskirts of Kirkuk.

Il sequestro e le analisi in Kuwait

Lo scatto fa riferimento a un evento avvenuto nel 2003, riportato in un articolo dell’epoca dello stesso sito. Si parla di un sequestro di 999 lingotti d’oro, stimato intorno agli 80 e 100 milioni di dollari:

KIRKUK, Iraq – U.S. soldiers seized $80 million to $100 million worth of crudely made, non-minted gold bars Sunday and detained three Iraqis heading east, possibly for the Iranian border, officials said Monday.

[…]

Inside the bed of the turquoise Mercedes dump truck were 999 bars of gold, each weighing about 22 pounds, said Maj. Josslyn Aberle, a spokeswoman for the Army’s 4th Infantry Division, which oversees military operations in northern Iraq. The military based its estimate of value on the weight of the gold.

La storia riportata da Stripes.com nel 2003 trova riscontro in un articolo di Aljazeera del 27 maggio dello stesso anno:

Soldiers found 999 bars under a tarpaulin in a vehicle on Sunday, during a search near the oil-rich city of Kirkuk. They questioned the truck’s three passengers.

I lingotti risultano sequestrati al confine della città di Kirkuk dalla 173esima Airborne Brigade, come riporta questo articolo della Cnn del 28 maggio 2003. Nello stesso articolo si informa che l’intenzione degli Usa è di restituire il bottino all’Iraq in seguito alla formazione nel Paese di un governo da loro riconosciuto. Altri articoli negli archivi delle testate che hanno seguito la vicenda confermano quanto scritto dalla Cnn (ad esempio il Guardian e il Chicago Tribune).

I risultati dei test: rame e zinco

C’è chi sostiene (qui e qui) che in seguito alle valutazione del valore del bottino, questo sia stato restituito all’Iraq come dichiarato in precedenza. Open non è riuscita a trovare conferma (ma nemmeno smentita) di ciò attraverso fonti sicure. Tuttavia, quel che è confermato è che i lingotti (per un totale finale di circa 1.100 pezzi) sono veramente stati trasportati in Kuwait per essere analizzati. Lì si è scoperto – come racconta questo articolo del New York Times – che quello sequestrato in realtà non era oro, ma una lega composta al 64% da rame e al 34% da zinco:

In a report to Congress detailing reconstruction efforts, the White House budget office said 1,100 gold-colored bars had been recovered in Iraq and that samples had been taken to Kuwait for testing. The report said analysis of the ingots showed they were composed of ”approximately 64 percent copper and 34 percent zinc.”

La cifra esagerata

La cifra citata nel post social parla di «50mila miliardi di dollari in oro e petrolio», ossia 50 trilioni. Considerando l’attuale valore al kg (52.803 dollari) e le 244 tonnellate d’oro scoperte ad oggi, non arriviamo minimamente alla somma citata nel post. L’associazione con le foto e le cifre che andremo a citare sul caso non risulta corretta.

È chiaro, quindi, che indipendentemente dalla restituzione o meno del denaro, il valore del materiale sequestrato non può incidere per – come sostiene chi condivide i post su Facebook – 50 trilioni di dollari sul bilancio dello Stato iracheno. Ad ogni modo, un grafico di Trading Economics ci informa che le riserve auree dell’Iraq non hanno fatto che aumentare.

Conclusione:

Quelli mostrati sono dei lingotti sequestrati a camion contrabbandieri nel 2003. Non si trattava di oro, però, ma di una lega di rame e zinco. Ad ogni modo, le riserve auree dell’Iraq non sono diminuite, segno che anche se quello fosse stato vero oro, non è stato sottratto al Paese.

Questo articolo contribuisce a un progetto di Facebook per combattere le notizie false e la disinformazione nelle sue piattaforme social. Leggi qui per maggiori informazioni sulla nostra partnership con Facebook.

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