Scopri di più su DOMINO, la nuova rivista sul mondo che cambia

Il grande ritorno dei medici No vax negli ospedali: «Non siamo untori». Ma c’è chi li vuole fuori dai reparti

Oggi partiranno le Pec degli Ordini per le Asl. L’esultanza dei sospesi e l’allarme dei sindacati

Il grande giorno è oggi. Da stamattina migliaia di Pec partiranno verso le caselle di posta dei sanitari No vax. Con lo stop all’obbligo vaccinale fissato per il primo novembre gli ordini professionali di medici e infermieri dovranno comunicare agli interessati e alle Asl la revoca della sospensione dall’albo. Quanti? Di medici il ministro della Salute Orazio Schillaci ne ha contati circa 4 mila. Ma di questi la metà svolge la libera professione. Gli altri rientreranno in servizio. Diecimila sono invece gli infermieri e gli operatori sanitari precedentemente sospesi. Anche per loro si prospetta un ritorno in servizio con due mesi di anticipo. E mentre i colleghi regolarmente immunizzati consigliano di tenerli lontani dai pazienti fragili, c’è chi parla di «schiaffo» a chi si è vaccinato. E loro dicono che rientreranno «a testa alta: non siamo degli untori».


Il decreto

Con ordine. Il nuovo decreto sul contrasto a Covid-19 approvato dal governo Meloni mantiene l’obbligo di mascherina sino a fine anno negli ospedali e nelle Residenze sanitarie per anziani (Rsa). Decade invece invece l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari che era previsto fino al 31 dicembre. Gli operatori sanitari sospesi per non essersi vaccinati da oggi saranno richiamati in servizio. La valutazione dell’eventuale rischio è demandata ai direttori sanitari e alle Regioni. Infine, la comunicazione quotidiana dei dati è andata avanti dal 23 febbraio 2020 fino a sabato scorso. Ora sarà settimanale: si parte il 4 novembre. Ma il sindacato dei medici ospedalieri mette in guardia dai rischi ed invita alla prudenza a tutela dei malati. «Non assegnare i medici e sanitari non vaccinati ai reparti maggiormente a rischio», chiede il segretario nazionale dell’Anaao Assomed Pierino Di Silverio.


Questo provvedimento, spiega, «ci lascia perplessi soprattutto per il deficit comunicativo da parte del governo. Fino a ieri i No vax, come da tutti convenuto, non dovevano assolutamente essere presenti in ospedale. Da oggi in poi tutto torna alla precedente normalità. Ma così si lascia spazio a contenziosi e ancora una volta si crea una confusione comunicativa che fa male soprattutto ai cittadini ed a tutto il sistema sanitario». Quindi, rileva, «il minimo è che questi medici e sanitari non vaccinati reintegrati non vengano assegnati a reparti ad alto rischio. Anche perché se l’obiettivo è colmare le carenze di personale, non è così che si può risolvere questo problema. L’azione è sbagliata, dato anche il numero ridotto di questi medici che sono circa 4 mila (ma solo 2 mila sono assunti in strutture pubbliche, ndr), e ci vogliono piuttosto degli interventi strutturali finora mancati».

L’esultanza dei No vax

Ma c’è anche chi esulta. Dario Giacomini, radiologo 46enne non vaccinato che si prepara a rientrare all’ospedale-Ulss 8 di Vicenza, dice all’agenzia di stampa Ansa che rientrerà in ospedale «a testa alta, perché non sarò mai un untore per alcun paziente. I vaccini anti-Covid sono stati più che altro un’operazione politica e non mi sono vaccinato perché convinto che ciò non rappresenti la soluzione per limitare il contagio. I dati dimostrano infatti che i contagi negli ospedali ci sono stati ugualmente». Ed ancora: «Sono stato in ospedale per oltre un anno, quando il vaccino non c’era ancora, a contatto con pazienti Covid, e ho visitato tantissime persone anche non infette, ma non ho contagiato nessuno. Questa è la dimostrazione che si può comunque lavorare, pur in presenza del Covid – argomenta – assumendo ovviamente dei comportamenti prudenti e tutelandosi con presidi protettivi. D’altronde le malattie infettive, anche più letali del Covid, sono sempre esistite. E le abbiamo combattute anche quando non c’era lo strumento vaccino».

La fisioterapista sospesa

Non solo medici. Anche una fisioterapista di Torino sospesa racconta oggi a La Stampa la sua esultanza. Lavorava in un centro convenzionato con il servizio sanitario piemontese. «Come ho premesso, sono vaccinata per altre cose. Invece questo vaccino non mi ha garantito sicurezza: anche per il modo con cui è stato imposto un prodotto comunque sperimentale». E questo perché «io conosco persone che con quattro dosi di sono infettate e reinfettate». E così ha scelto di non vaccinarsi e di non proteggere nemmeno sua figlia di 15 anni: «No, per il Covid no». Anche perché, sostiene, forse si è già ammalata: «Ricordo di non essere stata bene, una influenza intestinale con febbre che mi è durata più del dovuto, due settimane. Possibile, quindi, del resto all’epoca non erano ancora disponibili i tamponi. Cosa ho fatto? Mi sono curata con i farmaci tradizionali, alla fine mi è passata».

Continua a leggere su Open

Leggi anche: