Le ombre sulle stazioni di polizia cinese in Italia: il rapporto sugli 11 centri dietro i rimpatri forzati dei dissidenti

Nel report pubblicato da un gruppo spagnolo che si occupa di diritti civili sono indicati gli esempi di Milano e Roma come «progetti pilota» di Pechino che userebbe i centri per i servizi dei cinesi in Italia per riportare in patria i “fuggitivi”

L’Italia ospiterebbe il maggior numero di stazioni di polizia cinesi nascoste dietro immaginari centri servizi in territorio straniero su una rete di oltre 100 in tutto il mondo. A rivelarlo è un rapporto redatto da un gruppo spagnolo che si occupa di diritti civili secondo cui l’obiettivo di questi uffici sarebbe quello di monitorare la popolazione cinese all’estero e costringere i cosiddetti “fuggitivi” e dissidenti a tornare nel proprio Paese d’origine. Su un totale di 102, si legge nel report, 11 uffici di polizia si troverebbero in Italia. In particolare a Roma, Milano, Bolzano, Venezia, Firenze e Prato dove risiede la più grande comunità cinese sul territorio italiano. Pechino continua a sostenere l’ipotesi che si tratti di «stazioni di servizio», istituite per assistere i cittadini cinesi a sbrigare pratiche burocratiche che vanno dal rinnovo del passaporto a quello della patente di guida. Al contrario, il report pubblicato oggi, lunedì 5 dicembre dimostra come questi uffici (non ufficiali) di polizia siano utilizzati dalla Cina per «molestare, minacciare, intimidire e costringere i cosiddetti “fuggitivi” a tornare in Cina per essere perseguitati». A dimostrazione di tutto questo, il gruppo spagnolo afferma di avere delle prove. Un cittadino cinese, arrivato a Prato nel 2002, dopo 13 anni è stato costretto dalle autorità del regime a tornare in Cina poiché accusato di appropriazione indebita. Dopo una settimana dal suo ritorno nel Paese d’origine di lui non si è saputo più nulla. In questo senso, gli ufficiali cinesi hanno ottenuto con l’intimidazione il suo ritorno in Cina, anziché utilizzare ad esempio una richiesta di estradizione. «Abbiamo ricevuto informazioni dal ministero della pubblica informazione che hanno mostrato che 210.000 persone sono state persuase a tornare in un solo anno», ha detto Laura Harth, direttrice della campagna per Safeguard Defenders, citata dal giornale britannico. 


Milano e Roma: i «due progetti pilota»

Milano e Roma – si legge nel report – sarebbero i «due progetti pilota» per l’apertura degli uffici di polizia utilizzati per rimpatriare i “fuggitivi” cinesi. La prima fu istituita nel maggio del 2016 nel capoluogo lombardo dall’agenzia di pubblica sicurezza di Wenzhou. Per poi allargare le sue aperture sul territorio europeo, da Prato fino a Parigi. Secondo dati Istat risalenti al 2021 l’Italia ospita su tutto il territorio nazionale circa 330 mila cittadini cinesi. Un numero che consente di evidenziare come il nostro territorio sia un «terreno fertile» per una potenziale influenza da parte di Pechino a causa – anche – di una miriade di accordi tra i due Paese. Tra questi, come riporta l’Espresso, c’è uno schema di pattugliamento congiunto della polizia, firmato per la prima volta nel 2015 dall’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni (rafforzato nel 2017), in base al quale la polizia cinese pattuglia le città italiane per periodi temporanei, apparentemente per assistere i turisti cinesi. L’idea di riportare i fuggitivi in Cina ha dei precedenti. Nel 2014, ad esempio, Pechino lanciò l’operazione «Fox Hunt», ovvero «Caccia alla volpe», una vera e propria campagna – organizzata dal presidente cinese Xi Jinping – per far rientrare forzatamente in Cina le persone usando metodi come la ritorsione sui parenti e la tortura. In conclusione, il rapporto rileva che «pur avendo il maggior numero di avamposti di collegamento sul proprio territorio, il governo italiano è tra i pochissimi Paesi europei che non ha ancora annunciato pubblicamente un’indagine sulle stazioni di polizia cinesi d’oltremare o ne ha dichiarato l’illegalità».


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