Il generale Pappalardo e la condanna per diffamazione ai danni di David Parenzo. Lui si difende: «Non l’ho scritto io», ma la giudice non gli crede

Nel post incriminato, si accusava il «leader della Zanzara» di ricevere «dal Sole 24 ore e Confindustria 250mila euro l’anno». E si aggiungeva: «Ci piacerebbe sapere se questi compensi vengono denunciati al Fisco». La decisione del tribunale di Roma

La querelle mediatica e processuale tra Antonio Pappalardo e David Parenzo si è conclusa con una condanna: l’ex generale dei carabinieri, finito davanti ai giudici a causa di un post contro il conduttore, è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Roma, per diffamazione. Dovrà pagare 600 euro di multa e 5.000 di risarcimento del danno. Nel post incriminato, pubblicato su Facebook nel 2018, si accusava il «leader della Zanzara» di ricevere «dal Sole 24 ore e Confindustria 250mila euro l’anno». E si aggiungeva: «Ci piacerebbe sapere se questo stipendio e i compensi dell’altra trasmissione televisiva condotta anche da Telese vengono denunciati al Fisco».


Le dichiarazioni in aula

La pena supera quanto richiesto dalla Procura, che aveva ipotizzato una multa di 400 euro. Il generale, che ha già annunciato il ricorso contro la sentenza odierna, sostiene di non essere stato lui a scrivere quelle affermazioni. Nonostante la pagina avesse il suo nome e il suo cognome. E nel corso di alcune dichiarazioni spontanee rilasciate in aula, ha anche spiegato perché: «Non avrei mai definito Parenzo il “leader della Zanzara”». Il suo avvocato, Massimiliano Fioravanti, ha aggiunto che anche l’immagine che compariva nel profilo in questione, in cui Pappalardo appariva con addosso la divisa dell’arma, avrebbe dovuto dimostrare la sua estraneità alla pubblicazione: «Non si sarebbe mai mostrato in divisa». Questo perché in quel periodo stava affrontando un procedimento disciplinare aperto dall’Arma.


«Un’assurda persecuzione»

Un’argomentazione a cui in aula l’avvocato di parte civile, Marco Cinetto, ha ribattuto: «Anche supponendo che la pagina Facebook non fosse gestita da Pappalardo, quest’ultimo aveva l’onere di controllare quello che veniva pubblicato». L’ex generale, da parte sua, in aula ha parlato di «un’assurda persecuzione» nei suoi confronti. La veemenza del suo intervento ha portato la giudice a minacciare di fare intervenire i carabinieri.

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