Mauro Pagani racconta Fabrizio De André: «Brontolava e si lamentava di tutto, ma…»

Il co-autore di «Creuza de mä» ricorda gli anni della collaborazione e

«Brontolava e si lamentava di tutto». Così il polistrumentista e compositore Mauro Pagani ricorda oggi Fabrizio De André in un’intervista rilasciata all’edizione torinese del Corriere della Sera. E rammenta: «Ho iniziato a collaborare con lui dopo il disco dell’Indiano (“Fabrizio De André” del 1981). In tour viaggiavamo in macchina assieme e ascoltavamo le cassette di ciò che facevo in studio, le musiche del mondo, soprattutto del Mediterraneo. Un giorno, in mezzo ai brontolii, mi dice: “Belin, questa cosa è bellissima: basta con le influenze americane, facciamo una roba nuova, in genovese”. All’inizio non lo presi sul serio: era il cantautore-simbolo dei testi in italiano, non poteva mica passare al dialetto. Invece era serissimo».


«Creuza de mä»

Di «Creuza de mä» Pagani è stato co-autore, arrangiatore e produttore. Oggi al disco dedica uno spettacolo: «Il direttore artistico della Ricordi, l’avvocato siciliano Diego Andò, un gentiluomo d’altri tempi, ci sostenne durante l’intera lavorazione. Quando però lo facemmo ascoltare al direttore generale dell’etichetta, a Natale del 1983, questi sì lasciò scappare un “speriamo di venderne almeno qualche copia a Genova”. In effetti l’album ci mise un po’ a decollare: il primo anno si fermò a 80mila copie, lontano dalle 200/250mila a cui era abituato Fabrizio. Partì in ritardo, ma poi non si è più fermato». Dice che ha avuto l’idea del tour perché «da un po’ di anni non suonavo questi pezzi e mi è tornata la voglia di riprenderli. Inoltre, la coincidenza dei 40 anni era ghiotta: appena ho proposto l’idea, ho capito che tutto si sarebbe messo a posto da solo, come è sempre stato con «Creuza de mä». Sul palco siamo in nove e lo suoniamo per intero, ma è un disco breve, 35 minuti circa, perché Fabrizio i pezzi li contava con calma: diceva che le canzoni vanno rispettate, non sfruttate. Quindi faremo anche qualche brano di un altro album che ho fatto con lui, «Le nuvole», più qualcosa della mia storia personale».


Il razzismo e l’ignoranza

Tra i valori che ne fanno un album così importante, dice Pagani, «il primo è Genova. Fabrizio diceva che i dialetti svaniscono quando una città perde una guerra di troppo e a Genova, un tempo potente repubblica marinara, era successo quello. Il recupero della lingua, che lui mi portava ad ascoltare al mercato del pesce, dove le donne vendevano la merce cantando, è la sua prima forza. La seconda è l’attenzione per le culture del Mediterraneo: usiamo ancora i numeri arabi e la nostra medicina è debitrice di Avicenna e Averroè. La conoscenza ci difende dal razzismo e dall’ignoranza».

La musica di oggi

Oggi, dice, «si produce cento volte più musica che in passato e si fa una gran fatica a cercare, ascoltare, scegliere. Ma mica siamo diventati di colpo tutti scemi. Sono sicuro che da qualche parte nel mondo qualcuno sta scrivendo una nuova “Creuza” e stanno nascendo i nuovi Beatles. Dobbiamo solo riuscire a individuarli. Ancora una volta, il segreto è la conoscenza: più sai, più trovi».

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