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I protagonisti di Ogni maledetto Fantacalcio. «L’asta va verso l’infinito e oltre, non me l’aspettavo». L’intervista

29 Agosto 2025 - 11:59 Gabriele Fazio
Il film è disponibile ora su Netflix, tra i protagonisti Giacomo Ferrara e Silvia D'Amico

Da mercoledì Netflix propone un titolo che ha appassionato tanti utenti, specialmente quelli che seguono il calcio, specialmente quelli che ogni anno, tradizionalmente, organizzano un proprio Fantalcacio. Si intitola proprio Ogni maledetto Fantacalcio e racconta di un gruppo di amici che prendono particolarmente sul serio questo gioco importato dagli Stati Uniti, basato però sui risultati del campionato di baseball, nel 1990 dal giornalista Riccardo Albini e declinato sul calcio dalla Gazzetta dello Sport nel 1994, quando il più popolare dei quotidiani sportivi dedicò un’intera sezione al gioco. Un gioco sì, che però coinvolge emotivamente in maniera piuttosto intensa da decenni circa sei milioni di italiani ogni anno. Il film è diretto da Alessio Maria Federici e mescola le forti emozioni provocate dal gioco con quelle della vita reale dei personaggi, così gli attori hanno avuto l’occasione di sfruttare bacini di sensazioni altrimenti impossibili da rievocare. Noi di Open ne abbiamo sentiti due: Giacomo Ferrara, che molti ricorderanno per il ruolo di Spadino nella serie Suburra, e Silvia D’Amico, già ammirata in film come Non essere cattivo di Claudio Caligari e The Place di Paolo Genovese.

Qual era il vostro rapporto con il Fantacalcio prima di girare questo film?

Silvia D’Amico: «In realtà siamo gli unici due del gruppo che non avevano mai giocato al Fantacalcio, quindi questa è stata un’ottima occasione per inserirmi in questo mondo qua»

Tu sei una di quelle donne che prende un po’ in giro gli uomini per l’attaccamento al Fantacalcio?

SD: «No, guarda, io non la trovo un’attività inutile, non sono così dissacrante, perché mi piacciono molto i giochi e quelle passioni che ti ossessionano. Le trovo sane, perché riescono a farti sfogare tutta una serie di frustrazioni, di gioie fittizie che abbiamo bisogno di crearci, che abbiamo bisogno di alimentare. Quindi, ben venga»

Giacomo Ferrara: «Io ho tantissimi amici che fanno il Fantacalcio, nel cast io, Silvia ed Enrico (Borello) eravamo gli unici che non avevamo mai giocato, ci sentivamo mosche bianche sul set. Però è stato divertente. L’altra parte del gruppo sono tutti sfegatati, Francesco Giordano e Giacomo Bottoni sono quasi al livello di Giuseppe Pastore, tu gli citi l’Atalanta degli anni ‘90 e loro ti dicono la formazione. Incredibile. È veramente una cosa che ha un bacino di utenza molto grande ed è una storia che in qualche modo rappresenta una grandissima fetta di italiani, quindi perché non raccontarla?»

Anche gli attori si sono un po’ emozionati all’asta dei giocatori

Voi che lo conoscevate soltanto da fuori, vi aspettavate che ci fosse questo bacino di emozioni totalmente inedite nel cinema da raccontare?

GF: «Io ho sottovalutato un po’ le emozioni che si vivono durante l’asta, avevo i racconti dei miei amici, ma mai avrei pensato che andassero così verso l’infinito e oltre».

SD: «Io penso che fare un film sul Fantacalcio ci abbia dato l’opportunità di raccontare il paradigma di tante generazioni, giocano dai bambini di 11 anni ai più maturi di 70 e trovo che questo tipo di finzione sia proprio necessaria, sia liberatoria per diverse generazioni, non soltanto per quella che noi raccontiamo dei trentenni. Per questo spero che questo film sia visto da più persone possibili».

Avete percepito il Fantacalcio, e in generale anche il calcio, come metafora di qualcosa?

GF: «Io nel film dico esattamente questo: “Noi viviamo esattamente come giochiamo, il modo di giocare è il riflesso di quello che sei nella vita”. Come nel caso di Simone, il fatto di non voler rischiare o di essere attaccato a dei giocatori fragili che senti di non poter abbandonare perché confidi in loro, perché in qualche modo empatizzi con loro. Tu vivi quel tifo, quell’essere fantacalcista, in quel modo perché tu effettivamente sei così, potrebbe sostituire lo psicologo, forse (e ride). Questo è il motivo per il quale non è solo un film per chi ama il calcio, è un film per tutti. Cioè, è una commedia con un pizzico di thriller e una storia d’amore».

SD: «Il Fantacalcio è per molte persone anche un posto dove si ha il coraggio di rischiare, di fare delle cose che non faresti nella vita. In questo è veramente un gioco terapeutico, noi in questo forse siamo aiutati perché l’abbiamo visto da profani, analizzato dal di fuori, però io trovo che finché si gioca tra amici e si litiga per il calciatore X e ci si sfoga, è una cosa bella, è una cosa di cui abbiamo bisogno, anche di fare il tifo, di gasarci in quel modo. Ci sono tante altre realtà fittizie, soprattutto in questo periodo, in cui la gente si rifugia e che fanno male, perché la gente poi è sola molto spesso in questi mondi virtuali, questo per fortuna è uno sport di gruppo in cui ci si prende anche molto poco sul serio».

Avete sentito la responsabilità di rappresentare una comunità di persone che a questa cosa del Fantacalcio ci tengono veramente tanto?

GF: «Io inizialmente quando ho detto a quei pochi amici che stavo per fare un film sul Fantacalcio ho visto proprio negli occhi una certa bivalenza. Da un lato erano emozionatissimi, dall’altro si vede che pensavano “Ma come lo farete? Oddio!”».

SD: «Io non c’ho mai avuto questo pensiero, perché per fortuna i nostri sceneggiatori si sono presi la responsabilità di farlo da grandissimissimi appassionati. Il nostro regista è anche lui un altro malato di calcio e di Fantacalcio. Io mi sono sentita in una botte di ferro, sapevo che ovunque avessi potuto sbagliare sarei stata assistita da un team di arbitri. Per esempio, è successa una cosa che non succede mai: i props di scena di solito sono cose finte, sono messe apparecchiate lì perché servono per la scena. Noi quando facevamo le scene dell’asta del Fantacalcio, ognuno di noi, non aveva fogli scritti a caso, aveva delle combinazioni di giocatori pensate. Io avevo il mio quadernino personale con la squadra fatta in maniera sensata».

Una cosa che il film racconta molto bene è come il Fantacalcio resta forse l’ultimo baluardo di romanticismo in un mondo, quello del calcio, che per svariate ragioni ha perso un po’ di poesia…

SD: «Io penso proprio di sì, perché in un mondo in cui ci si vede ormai così poco, si interagisce così poco, il Fantacalcio è veramente un gioco romantico. Non a caso poi, all’interno di questa visione così nostalgica del nostro calcio, si intrecciano delle storie così personali, di persone, di amicizia, in cui ognuno dei partecipanti vive il proprio personale dramma. Io difendo moltissimo la visione romantica del calcio, della partita, dell’andare allo stadio, dello stare insieme, del fare il tifo. È un bisogno di condivisione che credo si sia un po’ perso ultimamente, ma che trovo molto molto necessario. Perché il calcio è un gioco sano in realtà, è un gioco fatto da persone. L’altro giorno stavo con un bambino di 11 anni che mi raccontava che doveva fare il suo primo Fantacalcio quest’anno e si stava preparando per l’asta. Ne parlava come quando uno arriva a uno dei passaggi fondamentali della vita. Questa è una cosa bella, è una cosa di cui abbiamo bisogno».

GF: «È vero, c’è sempre un brillio negli occhi di chi ne parla, anche ripensando un po’ agli anni ’90, ai primi 2000. Pure mentre eravamo sul set, c’era sempre gente che raccontava qualche storia con quello sbrilluccichio negli occhi, come qualcosa che veramente è necessaria, è emozionante. Il romanticismo ha una nota prevalente in questa storia, anche perché secondo me i Fantacalcisti sono anche molto nostalgici. Perché si accende tipo un fuoco dentro, una cosa animalesca, primordiale. Vedo proprio la gente che risveglia delle emozioni arcaiche, è bellissimo, è divertente, e così capisci quel romanticismo».

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