Ultime notizie Caldo recordColombiaEclissiImmigrazioneSigfrido Ranucci
TECNOLOGIAGiovaniPrivacySocial media

Come funziona Sherlock, l’app che promette di trovare una persona a partire da una foto, e perché non è più disponibile

13 Agosto 2026 - 22:55 Chiara Pancari
Dopo il boom dei video virali e le polemiche sul rispetto della privacy, la tecnologia di riconoscimento facciale finisce sotto la lente, tra norme sul GDPR, ban delle piattaforme e proliferare di app-clone
Google Preferred Site

Da qualche giorno sui social circolano video che mostrano come, attraverso una semplice foto, sia possibile risalire all’identità di una persona incontrata per strada. In che modo? Con Sherlock, un’applicazione per iPhone che sfrutta la ricerca facciale per individuare possibili corrispondenze tra il volto fotografato e le immagini disponibili online. Nei video il meccanismo viene spesso presentato come un gioco: si scatta una foto a uno sconosciuto, la si carica sull’app e in pochi istanti compaiono nomi, fotografie e profili social che potrebbero appartenere alla persona cercata. Il trend è diventato rapidamente virale, ma dietro la curiosità per questa tecnologia si apre una domanda molto spinosa: quanto è lecito identificare qualcuno senza il suo consenso? Infatti l’app, che fino a pochi giorni fa era disponibile solo per iPhone negli Stati Uniti, oggi non lo è più.

Come funziona Sherlock

Il funzionamento dell’applicazione è simile a quello di altri servizi di ricerca inversa facciale: l’immagine viene confrontata con fotografie presenti su pagine pubbliche e il sistema restituisce possibili corrispondenze, spesso accompagnate da un punteggio di somiglianza. Tra i risultati sono comparsi account presenti su piattaforme come LinkedIn, Facebook, Threads, Pinterest e Quora. Non significa però che l’app abbia trovato con certezza quella persona: anche immagini di persone diverse possono essere considerate compatibili e i risultati vanno verificati.

L’uso non consensuale dei dati

La questione più delicata riguarda ciò che succede alla fotografia caricata e ai dati ricavati dal volto: una cosa è cercare un’immagine online, un’altra è fotografare uno sconosciuto e utilizzarne il volto per provare a identificarlo. In Europa, infatti, il riconoscimento facciale può comportare il trattamento di dati biometrici, soggetti a una tutela particolarmente stringente prevista dal GDPR.

Le app clone

A rendere il fenomeno ancora più complicato sono le numerose app-clone comparse dopo l’esplosione del trend. Molte riprendono il nome, l’aspetto o il funzionamento promesso da Sherlock, ma non necessariamente offrono lo stesso servizio: alcune possono essere utilizzate per raccogliere dati e immagini degli utenti. La popolarità dell’app, insomma, sta facendo alzare l’attenzione su una tecnologia che esiste già da tempo, ma che sui social viene raccontata come una sorta di motore capace di trasformare una semplice fotografia nell’identità completa di uno sconosciuto. E non è proprio così.

leggi anche