Aggressioni in microcar a Monteverde, la madre del 16enne: «L’ho visto piangere e vomitare»
«Non ha fatto niente, non è possibile. Vi state sbagliando, non può essere lui». Così ha risposto la madre del 17enne accusato con l’amico di 16 anni di essere al volante della microcar delle aggressioni a Monteverde secondo quanto riporta Il Messaggero. I due avevano un precedente per un furto commesso insieme. Le aggressioni risalgono al 4 e 5 ottobre. La confessione è arrivata dopo una settimana, senza mostrare segni di pentimento. La procura per i minorenni potrebbe chiedere nei loro confronti alcune misure cautelari.
Aixam Gto Emotion
La minicar usata dai due è una Aixam Gto Emotion. Uno dei due ragazzi è un liceale di Trastevere, con un rendimento scolastico non ottimale, mentre il suo amico-complice frequenta un liceo in centro. «Ha voti abbastanza buoni», spiega al Corriere della Sera l’avvocato Lavinia Felisso, che assiste il 17enne, mentre l’altro giovane è seguito dal collega Pietro Pasquale Cannatelli. «Non ci eravamo accorti di niente — spiega la moglie del carabinieri attraverso l’avvocato Felisso — siamo sconvolti. Vorremmo fare qualcosa per l’attore ferito, chiedere scusa». Con la mamma il 17enne era andato a marzo nell’officina di Casal del Marmo, la Kyt Racing, per ritirare la macchinetta dopo una riparazione.
La madre del 16enne
«Mio figlio dovrà assumersi le sue responsabilità, ma non è un mostro. Vorrei parlare con la mamma di Davide Iacopini e chiederle scusa», dice invece la mamma del 16enne a Repubblica. «Quella minicar non è nostra, una minicar non possiamo permettercela, ma ricchi o poveri non ti salvi da quel che la vita ti sbatte in faccia. Mio figlio era su quell’auto, da martedì notte purtroppo lo so e ora dobbiamo farci i conti». La madre dice di aver sperato «fino all’ultimo che non fosse così, all’inizio non potevo immaginarlo. Poi ho cominciato a chiedergli: “Ma sei sicuro? Non c’entri niente?”. Lui negava e io gli ho creduto, che altro potevo fare? Poi ho smesso di dormire perché qualcosa mi sentivo».
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Il pianto
Poi qualcosa è cambiato: «Ho visto mio figlio diverso, l’ho visto piangere. Ieri notte l’ho visto vomitare. Si è portato, insieme al suo amico, un peso che non ha avuto il coraggio di raccontare. Ma io sono la madre: lo sentivo come respirava dentro. Ho chiamato la mamma dell’altro ragazzo, quello con la minicar, abbiamo iniziato a monitorare ogni passo. Fino all’altra notte». Quando sono arrivati i carabinieri «siamo andate in caserma, siamo state noi a farli ammettere. Ho passato tutta la notte con lui, a parlargli, a capire. Mio figlio mi ha chiesto: “Si può credere che Dio faccia un miracolo? Io non lo so come si prega, aiutami a pregare per aiutare quell’uomo”».
I bastoni
La donna nega anche che il figlio e l’amico avessero i bastoni: «Non volevano dare nessuna bastonata, mio figlio mi ha raccontato che nelle loro intenzioni doveva essere uno scherzo: spaventare i passanti. Gli ho spiegato che uno scherzo smette di essere tale quando mette in pericolo un’altra persona. Non posso sapere tutto quello che è successo, posso soltanto riferire ciò che lui mi ha detto». Sulla scarpa, invece, «mio figlio mi ha raccontato una dinamica diversa. Saranno gli investigatori ad accertare come siano andate realmente le cose. Io non ero lì e non intendo sostituirmi a chi deve fare chiarezza».
Al figlio lei ha detto «che dovrà affrontare le conseguenze delle sue azioni. Io non posso cancellare quello che è successo, ma posso continuare a educarlo, anche attraverso questo dolore. Perché essere madre non significa difendere sempre un figlio. A volte significa avere il coraggio di metterlo davanti alle proprie responsabilità».

