Jessica Dalla Chiara uccisa con l’insulina dal marito, parla il padre della vittima: «Ai funerali non ha mai pianto»
Non una lacrima versata, nemmeno nel giorno dell’addio. È stato quel distacco glaciale, mostrato fin dai primi istanti, a far scattare l’allarme nella famiglia di Jessica Dalla Chiara, l’infermiera di 32 anni trovata senza vita il 24 giugno 2024 nella sua casa di Bussolengo, in provincia di Verona. A distanza di oltre due anni dalla tragedia, i sospetti hanno trovato riscontro nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere il marito, Nadir Rossi, ex collega di pronto soccorso al Policlinico di Verona. L’accusa formulata dalla Procura è di omicidio pluriaggravato dalla premeditazione, tentato omicidio aggravato, peculato e occultamento di cadavere, quest’ultimo contestato per la fretta con cui venne disposta la cremazione della donna. Il movente ipotizzato dagli inquirenti sarebbe la volontà di Rossi di intascare una polizza sulla vita da 100mila euro stipulata da Jessica nel febbraio 2022.
«Non ha mai pianto per mia figlia»
In alcune interviste a La vita in diretta e a Dentro la notizia il padre di Jessica, Maurizio Dalla Chiara, avrebbe riferito di non aver mai visto il genero piangere per la morte di sua figlia: «Non ha mai pianto il marito di mia figlia, né subito dopo la sua morte né il giorno del funerale. Un atteggiamento che ci ha fatto subito insospettire». E ancora: «Aspettavo il suo arresto da due anni e speravo di stare meglio, ma non è cambiato nulla. Continuo a soffrire per la perdita di mia figlia così come provo sempre tanta rabbia nei confronti del mio ex genero».
I farmaci rimasti nell’abitazione
Tra gli elementi che fin da subito avevano spinto i genitori a presentare un esposto alla polizia, già nel luglio 2024, c’è quanto notato dalla madre di Jessica pochi minuti dopo il decesso della giovane donna. Come riportato da La Stampa, la donna avrebbe visto il genero affrettarsi a raccogliere flaconi e medicinali rimasti nell’abitazione, infilarli di fretta all’interno di un sacco nero e gettarli via nei cassonetti della spazzatura.
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I tentativi precedenti
Ma l’epilogo di giugno non era stato che l’ultimo di una serie di tentativi. Per l’accusa, Rossi avrebbe già provato in precedenza a provocare la morte della moglie tramite dosi letali di insulina iniettate via flebo. Il primo episodio documentato risale al 22 maggio 2024: il 118 intervenne nell’abitazione per una grave crisi convulsiva seguita da arresto cardiaco. Fu in quell’occasione che un’infermiera dei soccorsi notò una scena sconcertante. Quando le manovre di rianimazione ebbero successo e il battito di Jessica ripartì, dall’altra stanza si sentirono forti rumori: «Ho sentito forti rumori provenire dalla porta chiusa della cameretta, forse calci e pugni», ha poi verbalizzato la sanitaria agli investigatori. «Quei colpi li aveva dati di certo il marito, l’unica persona. Mi è sembrata la reazione di uno non contento che la moglie si fosse ripresa». Un’esplosione d’ira che spinse l’operatrice a inviare una segnalazione anonima ai carabinieri di Bussolengo per chiedere verifiche sull’accaduto.
I sospetti clinici mai approfonditi
Dopo quell’arresto cardiaco, Jessica era rimasta ricoverata per un mese all’ospedale di Borgo Trento. Già durante la degenza l’équipe medica aveva registrato anomalie gravi, ipotizzando una «somministrazione di insulina esogena». Eppure, la donna venne dimessa senza una diagnosi conclusiva e senza che scattassero tutele concrete. A sollevare pesanti interrogativi è stata la consulenza medico-forense della dottoressa Giovanna Bellini, depositata dai familiari nel 2025: «Non risulta che Jessica sia mai stata avvisata, né che sia stata chiesta una consulenza psichiatrica nel sospetto di tentato suicidio o, ancora, che sia stata avvisata la procura nel sospetto di un tentato omicidio. Non si comprende perché non siano state messe in atto azioni preventive».
La paura di un nuovo malore
Ignara di quanto stesse realmente accadendo alle sue spalle, Jessica viveva nel terrore di un nuovo malore improvviso. A un’amica, infatti, aveva confidato l’abitudine di mangiare sempre qualcosa prima di andare a dormire, sperando di scongiurare le letali crisi notturne di ipoglicemia. Lunedì 2 novembre è fissato l’interrogatorio di garanzia nel carcere di Verona davanti alla gip Carola Musio. «Il nostro assistito avrà modo di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa nelle sedi opportune», ha dichiarato il legale dell’uomo, l’avvocato Giacomo Giulianelli, appellandosi alla riservatezza per proteggere la figlia di quattro anni della coppia.

