Nuove accuse a Facebook: accesso ai messaggi privati per 150 società

L’azienda di Menlo Park avrebbe permesso a Netflix, Spotify e altre società di accedere a milioni di messaggi privati, ma si difende sul suo blog ufficiale: dati raccolti solo col consenso degli utenti.

Dopo l’inchiesta pubblicata dal New York Times dove si faceva luce su come Facebook avesse permesso a società terze di accedere ai nostri dati privati, il direttore delle piattaforme degli sviluppatori del sito Konstantinos Papamiltiadis ha pubblicato un post nella newsroom del social network per rispondere a tutte le accuse. Si tratta forse del più grave scandalo che coinvolge la società dopo quello di Cambridge Analytica​​​​ (oggi Emerdata), ed è un alto dirigente della società ad ammettere il punto dolente di tutta la vicenda:

«I partner hanno avuto accesso ai messaggi? Sì. Ma la gente ha dovuto accedere esplicitamente a Facebook per utilizzare la funzione di messaggistica di un partner. Prendi Spotify per esempio. Dopo aver effettuato l’accesso al tuo account Facebook nell’app desktop di Spotify, è possibile quindi inviare e ricevere messaggi senza mai uscire dall’app. La nostra API ha fornito ai partner l’accesso ai messaggi della persona per alimentare questo tipo di funzionalità.»

Facebook smentisce: mai senza il consenso degli utenti

Quel che si legge tra le righe è la possibilità di accedere alle nostre conversazioni da parte di società che avrebbero potuto avvalersene per studiare le preferenze degli utenti. Ma – specifica Papamiltiadis – solo dietro il consenso degli utenti. Stando ai documenti analizzati dal Times solo Spotify avrebbe avuto la possibilità di accedere a oltre 70 milioni di messaggi privati, ogni singolo mese. Oltre a questo sarebbe stato possibile anche cancellare dei contenuti.

Quanto l’utente medio possa essere consapevole delle libertà che concede è una questione ancora molto controversa. Pensiamo proprio ad un esempio citato nel post di Facebook dove si specificano i casi in cui l’utente accede al suo account Facebook, restando all’interno di Spotify, per scambiare messaggi senza dover uscire dalla app. Pesanti dubbi arrivano anche da parte di Alex Stamos ex responsabile della sicurezza di Facebook con un recente tweet:

«Questa non è una buona risposta da Facebook alla storia del New York Times, perché fa lo stesso errore di mescolare tutti i tipi di integrazioni e modelli diversi in un mucchio di prose ed è molto difficile abbinare le risposte alle affermazioni del Times.»

Se il problema non è quello di avvalersi di partner di terze parti – com’è comprensibile che accada con un colosso del web – ci si chiede fino a che punto per ottimizzare questi rapporti si debba sacrificare la privacy dei lettori, senza violare leggi e diritti fondamentali.

Quando non paghi il prodotto sei tu

Secondo i dati riportati nell’inchiesta del Times (gli autori hanno avuto la possibilità di analizzare i documenti interni dell’azienda), tra i partner di terze parti figurerebbero anche Amazon e Microsoft. In tutto le società coinvolte erano più di 150, buona parte tecnologiche, ma troviamo anche rivenditori online, siti di intrattenimento e case automobilistiche.

«Le loro applicazioni cercavano i dati di centinaia di milioni di persone al mese, mostrano i record. Le offerte, le più vecchie delle quali risalgono al 2010, erano tutte attive nel 2017. Alcune erano ancora in vigore quest’anno.»

Sembra proprio che Cambridge Analytica fosse solo un assaggio:

«I record, generati nel 2017 dal sistema interno dell’azienda per il monitoraggio delle partnership, forniscono l’immagine più completa delle pratiche di condivisione dei dati del social network. Sottolineano anche come i dati personali siano diventati il ​​bene più prezioso dell’era digitale.»

Sapevamo già che se il servizio è gratis il prodotto sei tu, ma – secondo il Times – questi accessi privilegiati da parte di grosse società andavano ben oltre gli avvisi che Facebook ha sempre divulgato, in nome di una trasparenza che sembra ormai svuotata di ogni significato. Anche se oggi molti ragazzi abbandonano Facebook preferendo altri social, globalmente gli iscritti al sito non cessano di arrivare, così aumentando gli utenti, aumentano anche le entrate pubblicitarie, specialmente se i partner ottengono strumenti per rendere le pubblicità dei loro prodotti e servizi più appetibili.

Secondo il Times, Facebook coi suoi 2,2 miliardi di utenti può esercitare un discreto potere in questi meccanismi. Senza contare quel che si può fare dei nostri dati durante le campagne politiche, ragione per cui durante le elezioni di medio termine americane il social network ha avuto non pochi grattacapi.