La Germania ha un problema con la fuga dei cervelli: «Siamo a corto di medici»

Per il ministro della Salute tedesco l’Unione Europea dovrebbe stabilire nuove norme per evitare che i paesi si rubino lavoratori a vicenda

Si chiama Jens Spahn, ha 37 anni ed è ministro della Salute nel governo di Angela Merkel. Eletto al parlamento tedesco a 22 anni è considerato una delle personalità in ascesa dell'Unione cristiano democratica (CDU). Chiamato a commentare lo stato della sanità tedesca, non ha esitato a dire che a suo avviso bisognerebbe creare nuove regole europee per evitare che i paesi membri si "rubino" lavoratori a vicenda, senza però venire meno al principio di libertà di movimento, ha precisato.

La dichiarazione, fatta al giornale svizzero Blick am Sonntag, riprendeva un tema caro al ministro, quella dell'emigrazione di medici tedeschi nella repubblica elvetica. «Li capisco,» ha dichiarato. «La Svizzera è un paese molto bello. Ma esiste un deficit di queste professioni in Germania. E i medici polacchi che lavorano nel nostro paese creano a loro volta una carenza di medici in Polonia».

Può sembrare strano che un paese come la Germania, prima economia in Europa e quarta al mondo, fatichi a trattenere la forza lavoro, soprattutto di professionisti altamente specializzati. Ma la cosiddetta 'fuga dei cervelli' è una realtà anche per Berlino. La carenza di dottori è dovuta non soltanto a un mancato ricambio generazionale ma, come sostiene il ministro Spahn, alla volontà di emigrare da parte delle nuove generazione. 

La Germania ha un problema con la fuga dei cervelli: «Siamo a corto di medici» foto 1

Kopetsch, Thomas. (2009). Journal of Public Health. 17. 10.1007/s10389-008-0208-7.  |

Come si vede dalla tabella, i numeri sui medici emigrati dalla Germania hanno cominciato a crescere a partire dai primi anni duemila. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Public Health nel 2009, a spingere i giovani medici a lasciare il loro paese (circa 15.000 all'epoca) sarebbero sia le condizioni lavorative difficili – stipendi troppo bassi, orari lavorativi troppo lunghi e una burocrazia troppo difficile in cui orientarsi - ma anche le campagne di reclutamento di Paesi come la Gran Bretagna e i Paesi Scandinavi dove i programmi di formazione sono troppo ridotti rispetto alla domanda. Forse le nuove regole europee, ipotizzate da Spahn, potrebbero ripartire proprio da qui.