La marcia dei popoli indigeni a Washington: «Non siamo invisibili»

di OPEN

Gli attivisti dei nativi americani hanno denunciato di essere vittime di «un genocidio» e di quello che chiamano «un olocausto ambientale»

Alla vigilia della terza Women's March, prevista per il 19 gennaio, migliaia di attivisti e membri di tribù indigene si sono ritrovati a Washington per denunciare gli «abusi che i popoli nativi soffrono in tutto il mondo».  «Riuniremo i popoli indigeni del mondo perché marcino insieme ed espongano le ingiustizie che subiscono gli uomini, le donne e i bambini di nord, centro e sud America, Oceania, Asia, Africa e Caraibi», aveva scritto il Movimento dei popoli indigeni.

 

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«I nostri popoli sono sotto minaccia continua – ha affermato Iron Eyes, leader del Progetto di legge dei popoli del Lakota. – Ma queste sfide ci rendono più forti. Vogliamo ricordare al mondo che i popoli indigeni contano». Tra i problemi denunciati dai manifestanti, anche il cambiamento climatico provocato dall'uomo, che ha avuto un tragico impatto su popolazioni che vivono a stretto contatto con la natura. 

 

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«Siamo vittime di un genocidio: le nostre famiglie sono divise da muri o confini, è in corso un olocausto ambientale, che si aggiunge al traffico sessuale e di esserei umani. Spesso non abbiamo né le risorse né le consapevolezza per far fronte alla brutalità della polizia contro di noi», ha commentato un organizzatore. Deb Haaland, la prima donna nativa americana membro del Congresso, ha affermato: «Per troppo a lungo le comunità native americane sono state escluse dalle discussioni globali e nazionali, e i nostri uomini, donne e bambini soffrono per questo».

L'organizzazione della Women's march - che dal 2016 coordina la marcia contro «la violenza e l'oppressione» di cui le donne soffrono «a causa della retorica dell'amministrazione Trump» – si è schierata in solidarietà dell'iniziativa indigena. Gli abusi contro le donne sono infatti al centro della protesta dei nativi americani. I manifestanti denunciano anche l'indifferenza con cui sono state accolte le numerose sparizioni e omicidi di donne indigene avvenuti di recente. Secondo uno studio realizzato da Abigail Echo-Hawk e Annita Lucchesi, né i media né la polizia locale si sono occupati di riportare in modo esaustivo questi fatti. Le donne uccise e scomparse, scrivono le autrici, sarebbero quindi «morte non una, ma tre volte: nella vita, nei media, e nei dati». 

 

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