Italia, paese di tirocinanti: un viaggio tra sfruttamento e casi virtuosi

di Francesco Seghezzi

Tra il 2012 e il 2017 i tirocinanti in Italia sono raddoppiati e ormai sono una fetta importante dell’occupazione giovanile. Crolla invece l’apprendistato, che piace meno perché costa di più

Nel 2012 in Italia sono stati attivati 183mila tirocini extracurriculari; nel 2017 (ultimo dato disponibile) 344mila. Bastano questi due numeri a giustificare l'attenzione che andrebbe dedicata a questo tema, che invece non compare quasi mai nei dibattiti sul lavoro giovanile. In sei anni, il numero di tirocini attivati è raddoppiato: dei 344mila del 2017, 291mila erano under 35. Se consideriamo solo gli under 24, scopriamo che su 100 occupati 16 lo erano attraverso un tirocinio. Perché sì, i tirocinanti extracurriculari vengono considerati occupati nelle statistiche anche se non hanno un contratto di lavoro.

Come funzionano i tirocini?

Il tirocinio è un periodo di orientamento al lavoro e di formazione che non prevede la presenza di un contratto, ma di una convenzione tra l'ente ospitante (impresa, soggetto pubblico, studio professionale, eccetera) e l'ente promotore (scuola, università, centro per l'impiego, agenzia per il lavoro). A questa si accompagna un piano formativo che regola l'accordo tra ente ospitante e tirocinante. Non esistendo un contratto non esiste nemmeno una vera e propria retribuzione, ma una indennità minima diversa da regione a regione (ma non inferiore a 300 euro) che l'ente ospitante può decidere di aumentare a sua discrezione.

Zero contributi e niente Naspi

Quello che è certo è che per quanto l'indennità venga aumentata non verranno versati contributi. Il tirocinante non ha quindi diritto alla disoccupazione (Naspi). I mesi di tirocinio (che possono diventare anni) risultano quindi come un vuoto contributivo, ritardando la pensione. Allo stesso tempo non consentono, a causa del basso importo dell'indennità, di emanciparsi dalla famiglia. Insieme a questo mancano tutta una serie di tutele proprie di un contratto di lavoro, esclusa la copertura contro gli infortuni e per responsabilità per danni verso terzi.

Vantaggi e svantaggi

La formazione dunque, più che l'indennità economica, è il vero elemento di scambio tra il tempo che il tirocinante impegna e l'ente che lo ospita. Un giovane (e anche un meno giovane) è disposto a dedicare tempo per pochi euro in cambio di un percorso di apprendimento che potrà portarlo più facilmente ad avere un lavoro vero e proprio, grazie al rafforzamento del proprio curriculum. Purtroppo però non è sempre così. Spesso il tirocinio è un semplice periodo di prova a basso costo per le imprese e i piani formativi sono redatti in serie senza prevedere alcun percorso specifico. Basta vedere le migliaia di tirocini offerti grazie al piano Garanzia Giovani per posizioni di segreteria, addetti alle pulizie, manovali, magazzinieri o operai in imprese metalmeccanicheLavori che difficilmente necessitano di tre, sei o anche dodici mesi di formazione e per i quali l'utilizzo di un tirocinio sembra soprattutto una modalità per mantenere un salario basso.

Crescono i tirocini, crolla l'apprendistato

Con i suoi costi ridotti al minimo il tirocinio risulta molto più appetibile per le imprese rispetto, ad esempio, al contratto di apprendistato che offre più garanzie oltre ad una retribuzione maggiore. E gli scarsi numeri dell'apprendistato sembrano confermare questa tesi: gli apprendisti di secondo livello tra il 2012 e il 2016 (ultimo dato disponibile) sono diminuiti di 100mila unità. Un ulteriore problema riguarda la durata dei tirocini. Se infatti fino ai primi mesi del 2017 la durata massima prevista dalle linee guida approvate dalla Conferenza Stato-Regioni era di 6 mesi le nuove linee guida approvate il 25 maggio 2017 e pian piano recepite dalle regioni spostano la durata massima a 12 mesi.

Questo significa che c'è la concreta possibilità di svolgere ben due anni di tirocini prima di avere un vero e proprio contratto di lavoro. Spesso infatti vedendo solo un tirocinio sul curriculum le imprese si sentono legittimate ad offrirne un secondo, come se il primo non bastasse. Lo dimostra il tasso di assunzione dopo il tirocinio che, secondo le elaborazioni dell'Anpal (Agenzia nazionale per il lavoro), non supera il 40% dopo sei mesi dal termine del tirocinio. Esistono anche molti tirocini virtuosi, che formano davvero i giovani e che spesso si concludono con un' assunzione presso l'azienda ospitante o presso una nuova realtà grazie a un curriculum potenziato. Sono casi dei quali è importante parlare ma che non devono annebbiare una realtà molto più complessa e spesso condita da forme di sfruttamento e da illeciti diffusi. Ci si chiede spesso cosa non va delle condizioni del mercato del lavoro dei giovani e ci si interroga su come migliorarle. Un serio monitoraggio dell'andamento dei tirocini e delle loro criticità sarebbe forse la prima cosa da fare.