Cosa sta succedendo in Spagna? Madrid e Barcellona divise su Catalogna e Sanchez

Il processo ai leader catalani divide la Spagna e mette a rischio il governo socialista

Comincia oggi il processo ai 12 leader catalani accusati di ribellione contro lo stato spagnolo dopo il referendum sull’indipendenza catalana del 2017. «Si tratta del processo più importante da quando abbiamo ristabilito la democrazia dopo la morte del dittatore Francisco Franco nel 1975», ha commentato Carlos Lesmes, presidente della Corte Suprema spagnola. Con l’inizio del processo è tornato a infiammarsi lo scontro politico tra Madrid, capitale spagnola, e Barcellona, “capitale” della Catalogna. Migliaia di persone hanno protestato contro il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez per il suo atteggiamento troppo “morbido” verso il fronte indipendentista.

Per alcuni degli imputati le accuse sono gravissime: disobbedienza e ribellione allo Stato spagnolo, un reato per cui si rischia una condanna fino a 25 anni di carcere. Tra gli imputati ci sono, fra gli altri, l’ex vice presidente catalano Oriol Junqueras, il portavoce del parlamento catalano Carme Forcadell e due importanti attivisti come Jordi Cuixart e Jordi Sanchez. Tra le altre accuse, sedizione e l’abuso di fondi pubblici.

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Gli indagati dovranno rispondere anche degli eventi precedenti alla settimana del referendum. In particolare il leader del movimento catalano Carles Puigdemont – scappato in Belgio – aveva fatto approvare delle leggi per organizzare un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Puigdemont è scappato in Belgio e non parteciperà al processo, Le leggi furono sospese dal Tribunale costituzionale spagnolo e la magistratura di Madrid dichiarò il referendum illegale.

Ciò nonostante Barcellona organizzò una consultazione in segreto attraverso l’aiuto di associazioni indipendentiste che recuperarono urne e schede. Il voto primo ottobre non fu riconosciuto dal Governo spagnolo: vinse il “Si”, a fronte però di una partecipazione di poco superiore al 4o per cento. Tre settimane più tardi la reazione del governo spagnolo divise l’Europa. Su ordine di Madrid la polizia spagnola fece incursione nei centri elettorali con manganelli e proiettili di gomma.

Le proteste contro Sanchez

La piazza si è divisa sulla questione catalana. Da una parte c’è chi continua ad appoggiare gli indipendentisti, dall’altra i costituzionalisti chiedono il rispetto della costituzione. A farne le spese è proprio il primo ministro Sanchez contro cui si sono rivolte le proteste di questi giorni. Il partito di estrema spagnolo Vox ha accusato il Primo ministro di aver avuto una posizione «troppo accomodante» nei confronti degli imputati catalani, rispetto al suo predecessore Mariano Rajoy.

Il premier socialista è considerato un traditore dal partito conservatore per aver avviato dei colloqui con i gruppi separatisti catalani. «Per una Spagna unita, elezioni ora! Lunga vita alla Spagna» hanno urlato i 45mila in piazza da domenica. Ma ai problemi per l’inizio del processo, Sanchez deve aggiungere quelli legati all’economia. Se il 13 febbraio non otterrà la maggioranza nel voto per la manovra finanziaria, il premier potrebbe sciogliere le camere e indire elezioni anticipate ad aprile o maggio.

La legge di bilancio preparata lo scorso ottobre contiene dei punti fondamentali dell’agenda del governo socialista, tra cui una tassa patrimoniale e l’aumento del salario minimo. Tuttavia i numeri non sarebbero dalla sua parte. A Sanchez servirebbe l’appoggio dei parlamentari catalani che però chiedono in cambio una posizione più favorevole alla causa indipendentista.

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ANSA |

La Spagna divisa

Secondo un sondaggio di Metroscopia realizzato per il quotidiano 20Minutos, la metà degli spagnoli (52%) ritiene che i leader catalani abbiano commesso un possibile reato di ribellione, mentre solo il 14% pensa che la convocazione del referendum non sia un reato. Per quanto riguarda la carcerazione preventiva degli imputati, spagnoli e catalani hanno idee (comprensibilmente) diverse: per il 56% degli spagnoli è giusto che gli imputati restino in carcere fino al processo; il 38% pensa che sarebbe stato meglio rilasciarli. Tra i catalani, il 72% sostiene che i leader catalani non avrebbero dovuto essere sottoposti al carcere preventivo, a fonte del 27% che ritiene corretta la decisione.

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