Cosa dice il rapporto (e cosa no) che sta scaldando i no euro

di OPEN
Cosa dice il rapporto (e cosa no) che sta scaldando i no euro

Lo studio sostiene che i paesi che avrebbero pagato di più l’ingresso nell’euro sono, oltre all’Italia, la Francia con la perdita di 55mila euro pro-capite e il portogallo con -40mila euro. Al contrario quelli che avrebbero guadagnato sarebbero solo la Germania, l’Olanda (+21mila) e, in misura molto più contenuta (+190euro), la Grecia

Ogni italiano avrebbe perso 75mila euro dall'introduzione dell'euro, ogni tedesco ne avrebbe guadagnati 23mila. Sono questi i numeri che stanno animando una accesa discussione sul web dopo la diffusione da parte di CEP di uno studio sugli impatti dell'introduzione della moneta unica sulle economie dei paesi europei. Numeri che, se confermati, sarebbero un sostegno non da poco alle tesi di chi sostiene, se non la necessità di una uscita dall'euro, che la sua adozione sia stata sbagliata.

Lo studio sostiene che i paesi che avrebbero pagato di più l'ingresso nell'euro sono, oltre all'Italia, la Francia con la perdita di 55mila euro pro-capite e il portogallo con -40mila euro. Al contrario quelli che avrebbero guadagnato sarebbero solo la Germania, l'Olanda (+21mila) e, in misura molto più contenuta (+190euro), la Grecia.

Cosa dice il rapporto (e cosa no) che sta scaldando i no euro foto 1

Ma è particolarmente difficile confermare o smentire in modo certo le analisi dei due ricercatori che hanno condotto lo studio, come mostra la discussione tra economisti che si è subito accesa. Infatti lo studio ha come obiettivo mostrare quale sarebbe stato l'andamento economico in un Paese, se questo non avesse introdotto l'euro. Per far questo lo studio utilizza il metodo del Synthetic control che consiste, in questo caso, nell'isolare il trend di crescita di un Paese nella fase precedente al periodo che voglio analizzare (in questo caso prima dell'introduzione dell'euro) astraendola e identificando altri paesi, che non hanno introdotto l'euro, dall'andamento economico simile, con il quale fare un paragone.

Nel caso dell'Italia si utilizzano paesi come l'Australia, il Bahrain, Israele, Giappone, UK. In poche parole la crescita italiana pre-euro è stata paragonata a quella di alcuni paesi e, sulla base del loro andamento negli anni successivi all'introduzione dell'euro, si è analizzato cosa sarebbe successo se anche il nostro Paese non avesse fatto questa scelta. Ancor più sinteticamente: si è ragionato come se l'economia italiana tra il 1999 e il 2017 fosse ipoteticamente cresciuta come un mix tra Australia e Inghilterra.

Lo studio quindi non sembra tenere in considerazione di tutta una serie di fattori avvenuti nell'arco temporale tra l'introduzione dell'euro e il 2017 e che hanno inciso profondamente sull'andamento della crescita italiana. Fattori come l'ingresso della Cina nel WTO che ha duramente colpito l'industria italiana e le sue esportazioni, la produttività che è stagnante negli ultimi vent'anni e tutta una serie di mancate riforme che tanti altri paesi hanno fatto. Tutti elementi che fanno sì che il trend di crescita italiano osservato prima dell'introduzione dell'euro non possa essere considerato uguale a quello post, al di la dell'introduzione della moneta unica.

Un caso che sembra confermare questo è quello della Spagna in cui, secondo lo studio, ogni abitante avrebbe subito un danno di "soli" 5000 euro. La Spagna a partire dalla crisi del 2008 ha visto mettere in moto una serie di riforme strutturali, proseguite negli anni, che hanno tentato di riequilibrare il ciclo economico negativo intervenendo sul mercato del lavoro, sul sistema bancario e su altri fronti critici.