Pd chi? Viaggio tra i giovani alla vigilia delle primarie

di Angela Gennaro
Pd chi? Viaggio tra i giovani alla vigilia delle primarie

Abbiamo chiesto agli studenti delle università di Roma e Milano cosa chiederebbero al prossimo segretario del Partito Democratico, che sarà eletto domani, 3 marzo

«Non sono informato». «Non sono interessato». «Non voto il Pd». «Io voto Lega!». Non è esattamente un tema «caldo», quello delle primarie del Partito Democratico di domani, domenica 3 marzo, tra gli universitari della Sapienza di Roma. Non sono in molti a essere a conoscenza dell'appuntamento. Nè manifestano un grande interesse. Ma c'è anche chi non resta indifferente. «Dopo i risultati delle ultime elezioni, chiedere alla base di esprimere il prossimo segretario credo sia assolutamente necessario», dice una ragazza in pausa pranzo, mentre insieme ai colleghi mangia davanti alla Minerva simbolo dell'ateneo. Poca informazione anche su chi siano i tre contendenti. «Non ne ho idea». «Renzi?». No, Renzi no. Qualcuno ricorda Nicola Zingaretti, qualcun'altra Maurizio Martina. Fra i tre Roberto Giachetti sembra essere il meno conosciuto.

Al Pd e al prossimo segretario, gli studenti chiedono «chiarezza», «coerenza», ripartire dal «lavoro» e dai giovani, ma anche dalla sanità e da una politica sull'immigrazione che vada in senso opposto rispetto a quella dell'attuale governo Lega-M5S. E di «ripartire dalla sinistra», anche se forse «questo non lo chiederei al Pd», dice più di uno studente. «Vorrei si aprisse un dibattito serio sulle elezioni europee, che saranno cruciali», dice una studentessa di Scienze Politiche. Lei sì, domani andrà ai gazebo a votare. «Proporrei loro di fare il classico Ten years challenge, chiosa un ragazzo che distribuisce volantini davanti alla facoltà di Giurisprudenza. «Facendo finta di avere il potere di cambiare quello che è successo dal 2008 al 2018. E fare un esame di coscienza: posso essere una copia di quello che è stato o migliorare?».

Gli studenti di Milano

Esattamente un anno fa, alle elezioni politiche del 2018, il Pd è stato il partito più votato a Milano. In centro ha raggiunto la soglia del 40%, un numero che fa pensare alle elezioni europee del 2014, l'ultimo momento di gloria prima del baratro. L'Università Statale si trova nel cuore di questo fortino rosso, popolato da persone istruite e benestanti: l'élite radical chic di Milano, direbbe qualcuno. Qui il Pd è ancora una ferita aperta: fonte di rabbia e delusione, speranza (poca, per la verità) e nostalgia. Su una ventina di studenti intervistati, 3 erano ex Giovani Democratici, delusi dalle divisioni interne, ma anche dall'atteggiamento del partito nei confronti del "popolo".

«Al nuovo segretario – dice uno studente di Storia – dico che è ora di tornare a essere sporchi e puzzolenti. Meno radical chic e meno liberisti, che tanto non gli riesce». Davanti a lui c'è un suo amico e collega di corso, che concorda: «Dire alle persone che non ti votano che sono ignoranti e che non capiscono niente non è una buona strategia: può anche capitare che non ti votino più». Tra i tavoli di legno e le panchine del parco davanti all'Università, c'è chi accusa il Pd di essersi lasciato contagiare dalla destra, di aver rinunciato a fare un'opposizione seria, di non aver tenuto la barra dritta sull'accoglienza ai migranti, di non aver tutelato abbastanza le donne. Ma trapela anche un po' di speranza: «Spero che il prossimo segretario pensi di più agli elettori e agli ex elettori che alle beghe interne: sarebbe bello tornare ad avere un partito di riferimento».