Nuova Zelanda, il racconto di Michele: «Noi bloccati a scuola per ore, abbiamo visto gli attentatori»

di Redazione

«Durante l’attentato uno dei due terroristi si è avvicinato con la macchina alla nostra scuola ed è stato fotografato con l’istituto alle spalle. Aveva la macchina piena di bombe, le hanno dovute disinnescare», ha raccontato il diciassettenne italiano che vive e studia a Christchurch dallo scorso anno

Michele Tordiglione ha 17 anni, è arrivato in Nuova Zelanda il 19 luglio scorso e frequenta la Papanui High School a Christchurch, lo stesso paese teatro della "strage delle moschee" del 15 marzo, l'attentato a opera del suprematista bianco Brenton Tarrant che ha provocato la morte di 50 persone. Michele all'ora della tragedia era a scuola, nei pressi di una delle due moschee attaccate da Tarrant e lì è rimasto per ore, insieme ai compagni, senza sapere bene che cosa stesse succedendo fuori da quelle aule.

«Alle 14.30, mentre iniziava la sparatoria alle moschee, nella mia scuola è scattato l’allarme e la sirena è suonata forte nelle aule. All’improvviso è entrato un poliziotto in borghese, aveva l’espressione molto seria e preoccupata; subito dopo ci hanno fatti entrare nelle aule e ci hanno detto di sdraiarci a terra. Siamo rimasti così per ore, mentre l’ansia e la paura aumentavano», ha raccontato il 17enne al Corriere della Sera.

«Pensavo che fosse un’esercitazione antisismica, ma mentre i minuti passavamo abbiamo subito capito che era in corso una strage. Ci hanno spostati in altre aule. Gli studenti maori per darsi coraggio hanno cominciato a cantare i loro inni tribali. Sopra di noi era un delirio di elicotteri, mentre i cani della polizia abbaiavano furiosamente. Durante l’attentato uno dei due terroristi si è avvicinato con la macchina alla nostra scuola ed è stato fotografato con l’istituto alle spalle. Aveva la macchina piena di bombe, le hanno dovute disinnescare», ha proseguito Michele.

Il ragazzo ammette anche di essere sotto choc, ma al momento non sa se lascerà anzitempo la Nuova Zelanda a causa della strage: «Volevo un posto tranquillo, dove ogni tanto si sciasse e dove si sentisse parlare solo inglese, non avrei mai pensato di trovarmi di fronte a un massacro. I miei per ora non mi hanno chiesto di tornare prima. Tornerò tra due mesi, compiuto l’anno scolastico. Ancora non riesco a capacitarmi di questa strage. La lezione resta sempre quella di Orazio: Carpe diem, oggi ci siamo, domani chissà…», ha concluso lo studente.