Mare Jonio, la storia del giovane migrante rispedito quattro volte in Libia

di Felice Florio
Mare Jonio, la storia del giovane migrante rispedito quattro volte in Libia

«Mi chiamo Bakary, ho 25 anni e vengo dal Gambia. Sono stato torturato e venduto come schiavo in Libia. La mia famiglia ha pagato i trafficanti per la traversata. Quattro volte sono stato riportato nei centri di detenzione libici. Solo al quinto tentativo la nave italiana è riuscita a salvarmi»

Bakary ha solo 25 anni, ma i suoi occhi mostrano la storia della violenza disumana. È arrivato in Italia a bordo della Mare Jonio. Ha superato il suo quinto tentativo di traversata: dopo i primi quattro era tornato a subire le torture nei campi libici. Nonostante tutto, nonostante la paura, i suoi occhi non riescono a nascondere la determinazione: solo lui sa da dove è scappato, solo lui sa qual è il vero valore della speranza.

«Mi chiamo Bakary e vengo dal Gambia. Prima di partire facevo l’autista di autobus», racconta a Open, attraverso la voce di Giulia Sezzi, Guest Coordinator di Mediterranea Saving Humans. Il suo viaggio è iniziato quasi cinque anni fa. «In un anno ho attraversato Senegal, Burkina, Algeria e poi sono arrivato in Libia. Ho passato quattro anni della mia vita in Libia, venivo trasportato da un campo di detenzione all’altro».

Racconta con lucidità quello che ha passato: «Mi vendevano come schiavo. Passavo da una prigione all’altra dove mi tenevano ai lavori forzati», dice Bakary. E prosegue: «Eravamo in tanti, non ci davano mai acqua e cibo. Quando io e i miei compagni siamo stati male, febbre e solo Dio sa che altro, i libici ci davano alcune medicine che venivano dall’Europa. Ma senza acqua e cibo non potevamo prenderle. Ho visto, ricordo bene i loro volti, 50 persone morire di fame davanti ai miei occhi».

E sulle traversate del Mediterraneo: «Ho provato cinque volte a lasciare la Libia e solo l’ultima volta ci sono riuscito e ci tengo a raccontare ai giornalisti quello che succede. C’è complicità tra la guardia costiera libica e i trafficanti di essere umani». Come può esserne certo?

«Tra le varie cose, ce n’è una che fa capire esattamente cosa succede sulle coste della Libia. E a me è successa quattro volte, non una, quattro volte. La mia famiglia in Gambia pagava i trafficanti nei centri affinché mi rilasciassero e mi facessero partire su uno dei loro gommoni. Quando la guardia costiera ci intercettava, ci riportava esattamente nello stesso campo dal quale ero partito e tornavo prigioniero degli stessi trafficanti. Era un meccanismo quasi automatico».

Sul suo corpo, i segni di quelle violenze. «La quinta volta ho incontrato la nave Mare Jonio». Bakary non parla esplicitamente di aver temuto per la sua vita, ma «Le torture che ho subito, i lavori forzati senza mangiare mai niente, la vera fame e la vera sete, solo Dio sa cosa ho passato», racconta, «mi hanno venduto più volte come schiavo per i lavori forzati e, se protestavo, mi picchiavano e mi torturavano».

«Il mio più grande sogno si era trasformato nel voler fuggire dal terrore libico, vivere come si vive in Libia non è qualcosa di umano», racconta. Adesso Bakary sembra più sereno: «Questa tappa mi rende molto più tranquillo. E qui mi apro anche ai giornalisti perché gli italiani sappiano che quello che succede in Libia non è umano. Deve essere divulgato. So che non sarà facile nemmeno qui in Italia, la procedura per i documenti. Il mio viaggio continua. Ho dei famigliari in Germania, vorrei raggiungerli. E spero che un giorno la mia compagna in Gambia possa arrivare in Europa e potremo vivere insieme una vita normale».

Bakary ha affermato più volte, con consapevolezza, di volerci raccontare la sua storia. Abbiamo preferito utilizzare un nome di fantasia e non mostreremo il suo volto per proteggere lui e la sua famiglia da ogni tipo di ritorsione.