Russiagate: Mueller consegna il rapporto completo al procuratore generale degli Stati Uniti

Conclusa l’indagine che da quasi due anni è una spada di Damocle sull’amministrazione Trump. Adesso la palla passa al procuratore Barr che dovrà decidere quali carte passeranno al Congresso. Muller non raccomanda altre incriminazioni nelle indagini

Robert Mueller ha consegnato il rapporto sulla sua inchiesta sull’interferenza russa nelle elezioni del 2016 al Procuratore Generale William P. Barr, portando a termine l’indagine che da quasi due anni è una spada di Damocle sull’amministrazione Trump. Barr ora dovrà decidere ciò che del rapporto dovrà essere condiviso con il Congresso e quindi, conseguentemente, con l’opinione pubblica americana. Secondo quanto riferisce la portavoce della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, lo Studio Ovale «non ha ricevuto il documento e non è stato informato sul rapporto del procuratore speciale». Un funzionario del Dipartimento di Giustizia, secondo quanto riferito dai media americani riferisce che il procuratore speciale Robert Mueller non raccomanda altre incriminazioni nelle indagini. 

A marzo, infatti, l’Assemblea ha votato all’unanimità una risoluzione non vincolante per rendere pubbliche le conclusioni del rapporto: un provvedimento che dimostra come ci sia uno sforzo comune fra potere giudiziario e legislativo per arrivare a un chiarimento trasparente in tempi brevi. In una lettera alle commissioni giudiziarie della Camera e del Senato, Barr aveva scritto: «Potrei essere in grado di presentarvi le principali conclusioni del consigliere speciale già questo fine settimana». 

Anche se la relazione di Mueller è stata completata, alcuni aspetti della sua indagine rimangono ancora attivi e potranno essere riattivati dagli stessi pubblici del Dipartimento di Giustizia. Ad esempio, documenti giudiziari recentemente depositati suggeriscono che gli investigatori stanno ancora esaminando il motivo per cui l’ex presidente della campagna di Trump, Paul Manafort, ha consegnato i dati elettorali della campagna nel 2016 a un collega russo che, secondo i pubblici ministeri, sarebbe legato all’intelligence russa.

Muller e la sua squadra, operativi dal maggio del 2017, si sono concentrati sulle modalità con cui gli agenti russi avrebbero cercato di influenzare il risultato dell’ultima corsa presidenziale e se qualcuno legato alla campagna elettorale di Trump avesse avuto rapporti, consapevolmente o meno, e collaborato con questi agenti. L’inchiesta dell’Fbi, invece, avviata mesi prima, era giunta alla conclusione che ci fu una vasta operazione russa ma non ha potuto rilevare alcuna prova che il presidente Trump o i suoi assistenti abbiano partecipato all’operazione. 

Nonostante ciò Trump e il suo staff non sono usciti indenni all’inchiesta. Una mezza dozzina di suoi ex collaboratori sono stati incriminati o condannati: principalmente per aver mentito agli investigatori o al Congresso federale. Altri ancora rimangono sotto inchiesta. Dozzine di funzionari dell’intelligence russa sono stati accusati di casi che rischiano di fare la muffa in tribunale perché gli imputati non possono essere estradati dalla Russia per essere giudicati negli Stati Uniti.

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