Raimo e quell’appello per Battisti: «Se devo chiedere scusa, lo faccio. Spero in una giustizia riparativa, non punitiva»

di Angela Gennaro

«Battisti si è improvvisato scrittore. Non si improvvisasse storico» – dice l’intellettuale. «Spero che queste verità riescano a venire fuori anche senza una giustizia vendicativa come si è visto in questo caso».

Dall'isolamento nel carcere di Oristano Cesare Battisti, arrestato a gennaio dopo quasi 40 anni di latitanza, ha ammesso per la prima volta, davanti al pubblico ministero Alberto Nobili, di essere responsabile (come esecutore o organizzatore) dei 4 omicidi per cui è stato condannato in via definitiva dalla giustizia italiana. È la prima volta: l'ex terrorista dei Pac, i Proletari armati per il comunismo, fino ad ora si era sempre dichiarato innocente. 

Battisti è stato condannato in via definitiva per quattro omicidi: due commessi materialmente e due in concorso: quello del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, assassinato il 6 giugno 1978 a Udine; del gioielliere Pierluigi Torregiani (il figlio, Alberto, rimase ferito ed è costretto da allora su una sedia a rotelle) a Milano il 16 febbraio 1979; del commerciante Lino Sabbadin, militante dell'Msi, assassinato lo stesso giorno a Mestre; e dell'agente della Digos Andrea Campagna, ucciso il 19 aprile 1978 a Milano. 

Molti sono stati gli intellettuali, anche italiani, che negli anni si sono spesi sostenendo che l'ex terrorista fosse innocente e un perseguitato. Scrittori e artisti di primo piano: Wu Ming, Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Vauro, che ha poi chiarito la sua posizione, sbagliata e non del tutto voluta, Pino Cacucci. «Preferiamo non commentare le notizie di oggi», dicono dal collettivo Wu Ming a Open. «I nostri testi sulla questione sono pubblici da dieci anni e non faremmo che ripetere esattamente le stesse cose che abbiamo scritto un tempo». 

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Ettore Ferrari/Ansa | L'arrivo di Cesare Battisti all'aeroporto di Ciampino, 14 gennaio 2019.

«A questo punto spero che possa rivedere in maniera più costante la sua compagna e i suoi figli e venga tolto da un regime di detenzione speciale»: l'unico ad accettare un confronto è, ancora una volta, lo scrittore e insegnante (e oggi assessore in un municipio romano) Christian Raimo. Tra gli intellettuali che nel 2004 firmarono un appello per la libertà di Cesare Battisti, ha già chiarito la sua posizione al momento dell'arresto di Battisti. 

Raimo, come commenta la confessione resa pubblica oggi?

«Sono contento che abbia confessato. Spero che sia una confessione definitiva e non determinata dalle condizioni in cui è avvenuta. Così si restituisce non solo una verità debita ai famigliari delle vittime, ma anche a un pezzo di storia italiana. Su questa pagina la verità giudiziaria è una parte, fondamentale. Ma è parte di un processo di elaborazione di quegli anni che non si può consumare solo nelle aule giudiziarie. Per me Battisti non è un guerriero sconfitto, ma un cittadino italiano che, a suo dire ora, ha commesso degli omicidi. È giusto dica la verità, paghi una sanzione ma anche che abbia la possibilità di riparare. Insomma, che ci sia la possibilità che la giustizia sia riparativa. La verità ripara un pezzo, ma un altro pezzo lo deve riparare l'elaborazione storica». 

E come si dovrebbe portare avanti questa elaborazione storica? 

«Con il lavoro che facciamo tutti i giorni attraverso i testi storici. Studiando. Su quegli anni c'è stato, per fortuna, negli ultimi tempi un lavoro enorme degli storici. Un lavoro di supplenza all'elaborazione politica. In Sudafrica, dopo l'apartheid, c'è stata una commissione di verità e giustizia che ha cercato di creare un possibile passaggio da un'epoca drammatica a una di comunità condivisa. In Italia c'è il lavoro, enorme, fatto da Il Libro dell'incontro – Vittime e responsabili della lotta armata a confronto. Non per creare una memoria condivisa – sarebbe irrispettoso per le famiglie, i sopravvissuti e per gli stessi responsabili – ma per cercare di trovare una storia lì dove ci sono ancora lacerazioni e buchi.

Se noi pensiamo a Battisti semplicemente come un omicida, in realtà ci togliamo la possibilità anche di capire come in una determinata epoca storica ci possano essere stati così tanti omicidi. Faccio il professore di storia e cerco di farlo cercando di dare valore alla complessità. Già chiamare quelli "anni di piombo" ci fa perdere qualcosa: gli anni '70 sono stati anni di tante cose. Di omicidi, violenze terribili ma anche di grandissime riforme sociali e di lotte importantissime. Di emancipazioni e di stragi le cui ferite sono ancora aperte, da quelle di Stato al delitto Moro». 

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Oggi Francia e Brasile devono chiedere scusa? E gli intellettuali? E gli intellettuali italiani? 

«Ma quello che si chiedeva con quell'appello del 2004 non è diverso da quello che è poi accaduto. Quell'appello chiedeva verità e un processo giusto. Che a questa verità si sia arrivati con anni di ritardo e attraverso un percorso giudiziario così complicato è certo una sconfitta. Quell'appello chiedeva anche un'altra cosa: una riflessione sulle misure di repressione poliziesca di quegli anni – leggi speciali e dintorni – affinché la sconfitta del terrorismo non passasse per una riduzione dei responsabili della violenza armata o a pentiti o a reduci. Se devo chiedere scusa, lo faccio. Ma oggi firmerei un altro appello per la richiesta di verità e giustizia di vittime e famiglia». 

Non auguro il carcere a nessuno, aveva detto a Open dopo la fine della latitanza di Cesare Battisti. 

«A me interessa soprattutto la verità, ma voglio che la sanzione sia giusta e che faccia sì che la vita che resta a Cesare Battisti sia tesa a riparare a quello che ha fatto, non soltanto a soffrire come lui stesso ha inferto sofferenza. Sarebbe uno spreco per tutta la cittadinanza. Se la sua confessione è utile, è utile anche che ci aiuti a capire meglio quella pagina della nostra storia». 

«La lotta armata ha impedito lo sviluppo culturale, sociale e politico dell'Italia», ha detto Battisti ai pm. 

«Battisti si è improvvisato scrittore. Non si improvvisasse storico. Spero che queste verità riescano a venire fuori anche senza una giustizia vendicativa come si è visto in questo caso. Mi dispiace che Battisti interpreti le lotte collettive a suo uso e consumo. Mi dispiace che si prenda la responsabilità dei suoi atti alle volte in senso personale, alle volte in senso collettivo: gli omicidi sono personali. Mi piacerebbe che le confessioni degli omicidi – che sono personali – non dovessero passare anche, sempre, per un'abiura. Non serve a capire alla verità ma a pensare a uno Stato in guerra: e per fortuna non siamo più in guerra».