Cambiano le famiglie, ma la scuola no: «Non negate una parte della realtà»

A margine del Congresso delle famiglie di Verona, sono molte le associazioni che si sono mosse per affermare il loro dissenso. Soprattutto quelle impegnate nel mondo dell’insegnamento, il più toccato dal cambiamento

I docenti arrivano spesso impreparati ad accogliere nelle loro classi figli di famiglie "non tradizionali", enon sanno neanche a chi rivolgersi per migliorareprofessionalmente. Esistono però dei formatori, come Daniela Vassallo, responsabile nazionale della sezione scuola delle Famiglie arcobaleno. Daniela si occupa di formare gli insegnanti, fornendo loro strumenti teorici e pratici sull’inclusione dei figli di coppie omogenitoriali.

«Noi cerchiamo di dare strumenti per affrontare anche tematiche relative al genere, all’orientamento sessuale, alla distinzione tra sesso biologico e l'aspetto culturale del genere – spiega Daniela -. Il cuore dei nostri progetti è la realizzazione dell'inclusione scolastica. Questo avviene anche conservando opinioni differenti, perché l'obiettivo di questi corsi non è quello di far cambiare idea alle persone, ma di dare loro strumentiper svolgere il loro lavoro di insegnanti al meglio».

In Italia questi progetti di formazione sono nati circa10 anni fa, quando i figli delle famiglie non tradizionali hanno cominciatoad andare a scuola. I corsi sono pensati per rispondere a due richieste. La prima è quella degli insegnanti che spesso hanno bisogno di contenuti estrumenti didattici più efficaci e inclusivi per i ragazzi e per le loro famiglie; la seconda dellecoppie omogenitoriali che si affidano alla sezione scuola delle famiglie Arcobaleno per chiedere consiglisu come approcciarsi in un mondo che li considera spesso diversi, in modo da non danneggiare ifigli e il loro futuro.

Educare alle differenze

Anche Monica Pasquino, fondatrice di Educare alle differenze, ha creato un network che raccoglie diverse associazioni che hanno l’obiettivo di creare spazi inclusivi e non discriminatori, a scuola come fuori. La rete è nataper rendere la scuola uno spazio inclusivo aperto a tutte le differenze, una casa per tutti i bambini e le bambine (e ragazzi e ragazze) provenienti da tutte le tipologie di famiglie,eterosessuali, omosessuali, e monoparentali.

«Quando si fa una battaglia per aprire a tutte le differenze – spiega Monica – lo si fa sia per quelle già esistenti, ma anche per quelle che in futuro potrebbero nascere o diffondersi. Questo vale ad esempio per il fenomeno del gender fluid, che non è un fenomeno molto forte in Italia al momento, ma probabilmente lo diventerà nei prossimi anni. Tutto questo lo facciamo con il pensiero che non si debba sostituire alla "tradizione"un'altra tradizione nuova come verità, ma aprire alla pluralità di racconti e alla diversità, nel rispetto reciproco».

Il manifesto per una scuola inclusiva

Il Manifesto per una scuola inclusiva nasce da un’idea di due insegnanti: Dario Accolla e Beatrice de Vela. Tutto parte da una riflessione sulCongresso delle famiglie di Verona: «In questo Paese ormai si sa che nella tua classe può capitare un ragazzo o una ragazza di un altro Paese, magari con genitori separati, magari figlio o figlia di una ragazza madre, di una famiglia monogenitoriale o di una coppia omosessuale. È nostro dovere di insegnanti educare al rispetto e all'inclusione, e quindi abbiamo sentito l'esigenza di scrivere questo manifesto».

I 10 punti del manifesto:

1. La nostra scuola è inclusiva verso tutte le studentesse e gli studenti e tutti i tipi di famiglia, senza distinzioni legate all'identità di genere, all'orientamento sessuale, ai luoghi di origine e alla cittadinanza, alla religione, all’abilità dei corpi, alla classe sociale

2. La nostra scuola valorizza l’autodeterminazione delle persone e dà loro gli strumenti perché possa essere esercitata

3. La nostra scuola è plurale, educa alle differenze e anzi le valorizza perché vuole creare una società più equa e più giusta

4. La nostra scuola è accogliente e tra le sue funzioni rivendica anche quella di favorire l'integrazione delle persone che arrivano nel nostro paese da contesti diversi

5. La nostra scuola è democratica, perché si basa sui valori costituzionali fondati sull’antifascismo

6. La nostra scuola è laica perché rispetta tutte le religioni, ma si muove in autonomia da esse e non si fa condizionare

7. La nostra scuola è europeista perché crede e promuove i valori della collaborazione e dello scambio internazionale

8. La nostra scuola forma cittadine e cittadini consapevoli e critici, perché scopo di ogni insegnante è quello di fornire strumenti per fare della popolazione studentesca la futura società di domani

9. La nostra scuola è bella, perché vede l’umanità dell’individuo e investe su di essa per farne patrimonio sociale comune

10. La nostra scuola studia il passato, agisce nel presente e costruisce il futuro: non permetteremo a nessuno di interferire con il nostro lavoro, la nostra deontologia, la nostra missione formativa e il nostro ruolo sociale.

La scuola e le famiglie Arcobaleno

«Proprio quest'anno ho accolto i figli di una famiglia arcobaleno nella mia classe: si tratta di una coppia di gemelli che hanno due papà. Inoltre io stessa sono un’insegnante omosessuale con un figlio avuto da un matrimonio precedente»,ci racconta Tania. «L’idea di una scuola inclusiva che sia pluralista e che riconosca e accetti le diversità e che si rifà ai valori della Costituzione non è una visione straordinaria, ma dovrebbe essere la normalità».

Tania non è solo un’insegnante, ma anche una mamma omosessuale: «Mio figlio l’ha presa bene, senza porsi troppi problemi e men che meno senza mai vergognarsi di avere una mamma come me. Anzi, molto spesso – una volta cresciuto – mi ha difeso, quando ad esempio si è trovato a battersi per l’uso di termini come "frocio"o "ricchione"usati dai suoi compagni di scuola, perché avendo una mamma lesbica percepival’offesa più per me che per lui».

Non tutti gli insegnanti sono però sensibili al tema dell’inclusività: «Parlare di omosessualità, parlare di diversi tipi di famiglia non è unasceltapersonale, ci coinvolgetutti. Viviamo in una società: sono scelte politiche,sociali, civili che appartengonotutti e non si tratta di una semplicescelta del singolo. Dire «sono scelte personali»significa negare un diritto perché è sinonimo di disinteresse».

«Il diritto diventa universale solo quando viene riconosciuto da tutti, altrimenti è un privilegio. Nel momento in cui sulla scena sociale si affacciano anche delle nuove tematiche e c’è la rivendicazione di un diritto la scuola è lì che deve giocare il suo ruolo. Raccontiamoglielo, spieghiamoglielo. Facciamo informazione e formazione».

Foto copertina Shutterstock| Disegno di un bambino con coppia omogenitoriale