Che succede se Di Maio guarda a sinistra

di OPEN

Negli ultimi tempi il vicepremier ha più volte preso le distanze dagli alleati di governo su alcuni temi simbolici, in passato spartiacque tra destra e sinistra. In un’intervista a Repubblica il leader 5 stelle ha addirittura emesso un monito contro l’ascesa «dell’ultra-destra». Siamo alla virata ideologica?

«L'ultra destra è un pericolo, siamo in democrazia». Il Luigi Di Maio intervistato da Repubblica è in piena fase post post-ideologica: tornano destra e sinistra, la prima dacontrastare nelle sue accezioni più pericolose – quella«delle armi e dei carri armati» per parafrasare il vicepremier che fa riferimento, in modo non troppo velato, al suo omologo – la seconda, la sinistra, da non nominare, almeno non apertamente. Ma anche da corteggiare, seppure in modo indiretto.

Su alcuni temi, Luigi Di Maio da tempo ha imbracciato posizioni un tempo care alla sinistra, con maggior vigore di quanto abbia fatto il Pd. Prima il Reddito di Cittadinanza, poi il salario minimo. Quando il leader della Lega decide di partecipare a un raduno di ultra-ortodossi cattolici a Verona, non solo Di Maio taccia gli organizzatori di voler riportare l'Italia nel medioevo, ma continua a ripeterlo per settimane e settimane.

Ora, però,alle divisioni ideologiche si sommano a quelle programmatiche come sulle autonomie, sulla Tav, sulle provincie e via discorrendo. Secondo alcuni retroscena, l'avvicinamento tra M5s e Pd riguarda l'ostilità all'autonomia territoriale, che Salvini vorrebbe portare al Consiglio dei ministri di lunedì prossimo. C'è chi dice, però, come spiega Antonio Polito sul Corriere della sera, che per siglare la nuova alleanza il Pd vuole prima tornare al voto. Per Di Maio è una questione di moderazione:«Semplicemente, sono una persona moderata: quando l'asticella si sposta troppo come accadde a Verona, dove c'era gente che andava dicendo che la donna deve starea casa a pulire, o quando vedo sui social il ministro dell'Interno che imbraccia un fucile, allora dico la mia.»

Ma non è un caso che le più forti prese di posizione abbiano coinciso con le elezioni regionali in Abruzzo, Sardegna e in Basilicata, le comunali in Sicilia e adesso con le elezioni europee di fine maggio. Una strategia che finalmente sembra cominciare a pagare visto il successo in Sicilia e la risalita – per quanto parziale – nei sondaggi. E che fa intravedere la possibilità di una futura alleanza con il Partito democratico del più disponibile (rispetto a Matteo Renzi) leader Nicola Zingaretti.

Il vicepremier pentastellato tira dritto per il momento, confermando di voler portare a compimento il mandato degli elettori – «Si deve continuare. Quattro anni per mantenere quello che abbiamo promesso» – partendo proprio dal salario minimo, unito a una proposta della Lega, la flat tax, entrambi nel contratto del cambiamento. Questione di resistenza, appunto.

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