Svimez, lo studio: «Fuga dal Sud, in 15 anni scomparsa una città come Napoli»

Il Mezzogiorno continua a subire la un’emorragia di giovani e di persone qualificate: il 72% degli emigrati ha meno di 34 anni

Se raccogliessimo in una sola città tutti i cittadini meridionali che negli ultimi 15 anni si sono trasferiti al Nord o all’estero e non sono più tornati a vivere nelle loro città, scopriremmo che al Sud si è creato un “buco nero” di popolazione paragonabile a quasi tutti gli abitanti di Napoli.

È quanto emerge dalle anticipazioni del rapporto annuale sull’economia e sulla società del Mezzogiorno della Svimez, l’associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Secondo l’ente, la vera emergenza italiana non è l’ondata di immigrazione, ma l’emigrazione giovanile dell Sud: il 72% di chi lascia le regioni del Mezzogiorno, scrivono, ha meno di 34 anni.

A far luce sulla gravità del fenomeno sono alcuni semplici dati messi in rapporto tra loro: sono più i meridionali che emigrano al Centro-Nord o all’estero per lavorare o studiare che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.

L’impatto sull’economia

Il saldo migratorio, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila persone. Come se dal 2002 al 2017 fosse scomparsa un’intera grande metropoli del Mezzogiorno. Una perdita di popolazione giovanile e qualificata, e che viene solo parzialmente compensata dai flussi di immigrati. Una situazione che rende ancora più preoccupante lo spettro della recessione.

Stime dell’associazione alla mano, infatti, se nel 2019 l’Italia risulta stagnante dal punto di vista della crescita, il Sud addirittura entra in recessione con un andamento del Pil previsto in diminuzione dello 0,3% (il Centro-Nord segna un +0,3%).

E non va meglio se si guarda al lavoro. Il gap occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord nel 2018 è stato pari a quasi 3 milioni di persone. Negli ultimi due trimestri dello scorso anno e nel primo del 2019 gli occupati al Sud sono calati dell’1,7%, mente al Centro-Nord sono cresciuti dello 0,3%.

«Nel progressivo rallentamento dell’economia italiana – avverte il rapporto – si è riaperta la frattura territoriale che arriverà a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito».

L’ultima spiaggia per l’Italia

Una fotografia nera: «Siamo all’ultima spiaggia per il Sud», scrive il presidente Adriano Giannola. «Ma anche per l’intero Paese. Perché non stanno aumentando solo i divari tra Centro-Nord e Mezzogiorno, ma anche tra Nord ed Europa». Secondo Giannola, prima di parlare di autonomia regionale «bisognerebbe fare il tagliando a come si usano le risorse oggi. Ed è sgradevole per le aree cosiddette “forti” del Paese».

Il rischio è che le cifre che affliggono il Meridionale diventino una realtà anche per regioni più a Nord. Perfino le Marche e l’Umbria, per Giannola, «sono reclute che si avvicinano pericolosamente a entrare tra le regioni del Sud, sono già retrocesse, sono in transizione». Nel 2018, Abruzzo, Puglia e Sardegna hanno registrato il più alto tasso di sviluppo (+1,7%, +1,3% e +1,2%). La Calabria, invece, è l’unica regione, non solo meridionale ma italiana, ad accusare un flessione del Pil dello 0,3%.

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