Davvero la Cassazione ha vietato il panino a scuola portato da casa? L’intervista

La sentenza della Cassazione non bandisce del tutto i pasti da casa ma dà la possibilità alle scuole di farlo

In una recente sentenza, la Cassazione ha stabilito che la pratica di portare a scuola un pasto preparato a casa non è un diritto assoluto e incondizionato. Il giudizio non equivale a un divieto completo, ma apre però alla possibilità che possa diventarlo o, quantomeno, che alcuni studenti siano obbligati a consumare il pasto fuori dalle mura scolastiche, a discrezione della scuola.

Nelle fila degli insoddisfatti ci sono i genitori che da tempo si battono affinché i loro figli possano mangiare il pasto preparato a scuola nel refettorio. Le loro ragioni sono di diverso genere: i bambini spesso si rifiutano di mangiare il cibo della mensa, considerato troppo scadente e, di conseguenza, anche troppo costoso (7 euro e 20).

Giorgio Vecchione, avvocato amministrativista, è stato incaricato da un gruppo di genitori di Torino di rappresentarli per far valere il diritto dei loro figli di consumare il pasto da casa nel refettorio. Open lo ha intervistato per capire cosa ne sarà della loro battaglia.

Avvocato, cosa non la convince della sentenza della Cassazione?

«È una sentenza che di fatto rende obbligatorio un servizio a pagamento che invece per legge è facoltativo, e lo rende obbligatorio nella misura in cui lo pone come condizione essenziale per partecipare a un segmento educativo obbligatorio».

Ovvero? 

«Ovvero fa coincidere il tempo mensa, un segmento educativo obbligatorio, con il servizio mensa, che è facoltativo e non ha nulla a che vedere con l’istruzione pubblica. Non esiste infatti “l’educazione alimentare”. La soluzione avallata dalla Cassazione è che chi non può permettersi o non vuole usufruire del servizio dovrà uscire dalla scuola per poi rientrare quando riprendono le lezioni. È esattamente l’antitesi dell’integrazione all’interno delle scuole e l’esclusione per motivi economici di una fetta della popolazione, l’opposto dell’obiettivo di educazione durante il tempo mensa, che vorrebbe insegnare una serie di altri principi, come la convivenza civile, il rispetto degli altri, la valorizzazione delle differenze»

Quali sono le argomentazioni di chi vuole impedire che si consumino nella mensa scolastica i pasti portati da casa?

«1. Ci sono rischi di carattere igienico-sanitario 2. Non abbiamo i locali 3. Non abbiamo il personale addetto alla vigilanza. In tutti i giudizi che si sono svolti davanti ai Tribunali amministrativi regionali e davanti al Consiglio di Stato, questi tre pilastri sono crollati perché abbiamo sempre dimostrato che il personale addetto è il personale scolastico, che rimane immutato, e che l’unico locale idoneo alla consumazione dei pasti è un refettorio. Tutti i pareri delle Asl dicono chiaramente che non esistono norme che vietano la consumazione in refettorio di pasti diversi».

Se questi pilastri non sono validi, su quali basi si appoggia la sentenza secondo la sua interpretazione? 

«Su basi ideologiche. I bambini che si portano il pasto da casa discriminerebbero quelli della mensa. In passato era stato detto sempre il contrario nei casi in cui, per esempio, i bambini che si portavano il pasto da casa venivano messi in stanze buie a mangiare da soli. Se vogliamo finire per affermare che il principio di uguaglianza prevede che tutti i bambini debbano mangiare la stessa cosa, allora rimettiamo i grembiulini per nascondere le differenze tra le persone. ».

Come fa a essere così convinto che non sia un fattore di integrazione? Ci sono studi che lo dimostrano? 

«C’è la pratica che dice che l’integrazione non si realizza in questo modo. Don Milani quando parla di principi di uguaglianza parla di pari opportunità, mai di omologazione. Non c’è nulla di peggio che fare parti uguali di diseguali. Ripeto, allora: vietiamo l’ingresso di telefonini a scuola perché magari uno studente ha l’iPhone e l’altro il Samsung mezzo scassato, vietiamo ai genitori di portare i figli a scuola con l’Audi Q7 perché magari l’altro ha la Panda, vietiamo alle scuole di dare a settembre il tema ‘Cosa hai fatto nelle vacanze?’ perché non sia mai che magari uno studente è andato alle Maldive invece l’altro a Milano marittima»

Quale sarà il vostro prossimo passo?

«Adesso siamo alla finestra che guardiamo. Abbiamo invitato le famiglie ad informarsi per capire se ci saranno nuove misure. Se ci dovesse essere un passo indietro noi impugneremo davanti al Tar quelli che saranno i provvedimenti delle amministrazioni scolastiche che in base a questa sentenza decideranno di negare il pasto domestico. Domani scriverò una comunicazione all’Ufficio scolastico regionale del Piemonte, all’Assessore del Comune di Torino e alla Pubblica istruzione in cui chiederò di aprire il procedimento e di disciplinare in modo sereno questo fenomeno perché ci sono centinaia di Presidi che aspettano indicazioni. Se la concertazione deve avvenire tra uffici scolastici regionali, Asl e Comuni, tagliando fuori la parte più interessata in questa materia, i genitori, è ovvio che c’è qualcosa che non quadra. O ci coinvolgono oppure apriremo lo scontro giudiziale» 

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