Botte da orbi tra Renzi e Conte: la sfida che polarizza il governo e preannuncia guai

di OPEN

Renzi ha dato del Conte Uno un giudizio pessimo, anche per la «inadeguatezza» di chi lo ha guidato. Conte pensa che il modo di fare politica di Renzi sia il più lontano dal suo e tutti gli dicono che il pericolo maggiore per il governo e il suo ruolo venga da lui

Diciamolo subito: i due non si amavano già prima. Possibili incroci fiorentini (Conte insegnava lì) e la ben nota diffidenza di Renzi avevano già scavato il fossato. L’ex premier non ha mai amato i tecnici «prestati alla politica», e Conte si è avvicinato al M5s proprio nella fase della spallata del referendum.

Renzi ha dato del Conte Uno un giudizio pessimo, anche per la «inadeguatezza» di chi lo ha guidato. E avrebbe preferito una guida “neutra” al nuovo governo. Conte pensa che il modo di fare politica di Renzi sia il più lontano dal suo. Attorno a lui tutti gli dicono che il pericolo maggiore per il governo e il suo ruolo venga da lui.

Quando Renzi ha annunciato la scissione non ha nascosto la sua contrarietà: «Avrei preferito saperlo prima. Nel momento in cui un presidente incaricato deve sciogliere la riserva, è bene che abbia piena contezza di come si predispongono le forze di governo», che nel linguaggio felpato di Conte va tradotto con «ha fatto il furbo, e ora vuol stare al governo senza patti».

Ed è proprio così, per calcolo esplicito: una nuova formazione alla (legittima) ricerca di visibilità ha subito rotto gli equilibri – e non solo, aggiungono ironici a Palazzo Chigi – sull’Iva e poi a tendere su tutti i dossier aperti. Fino alla lettera dell’altro giorno al Corriere e ai commenti contemporanei sull’esiguita del taglio del cuneo fiscale, definito da Renzi un «pannicello caldo» proprio nel momento in cui gli industriali rivolgevano la stessa critica al governo.

Lì Conte ha deciso di reagire con modalità così esplicite da non avere precedenti in questi mesi a Palazzo Chigi: «Pannicelli caldi? Stiamo parlando di lavoratori che hanno bisogno di avere potere d’acquisto, se per Renzi che ha uno stipendio consistente, 20-30 euro sono pochi per carità… Lui ha dato molto di più, ha usato risorse pubbliche ma noi abbiamo un quadro di finanza molto delicato».

Poi ha sganciato il carico più pesante: «Noi non abbiamo bisogno di fenomeni, poi se c’è qualcuno che vuole andare ogni giorno in tv, vuole finire tutti i giorni sui telegiornali, vuole scrivere tutti i giorni alla stampa lo faccia pure. Però nella consapevolezza che quando ci si siede al tavolo poi non si rivendicano primati, che io non riconosco neanche alle forze che hanno maggiore consistenza».

Durissimo, anche in quel finale che ricorda le dimensioni di Italia Viva rispetto a M5s e Pd. Ma il problema è proprio questo: pur se non oceanica, la rappresentanza parlamentare renziana è già decisiva per i numeri della maggioranza al Senato. E non è un caso che proprio da quella parte continuino a essere annunciati arrivi (ultima la ex pd Parente giusto ieri).

E infatti stamattina, in un’intervista al La Stampa, Renzi lo ricorda a Conte, facendo il gesto di rassicurarlo: per il premier l’altro giorno «sarebbe stato più opportuno parlare di Alitalia, Trieste o servizi segreti. Non di me. Ma noi non proviamo rancore per nessuno, a maggior ragione per il premier, cui garantiamo la fiducia in Aula».

Chiaro, ricordati che i nostri voti sono indispensabili. Ma nella risposta di Renzi c’è un altro elemento: quella citazione dei servizi segreti accanto ai casi di attualità di Trieste e del caso Alitalia apre un nuovo fronte di scontro. Renzi trova un potere indebito quello dei premier che tengono per sé la delega sui servizi segreti.

E nella stessa intervista infatti – parlando dei riflessi italiani del Russiagate – ci torna: «Penso che sia dovere del governo proteggere l’intelligence italiana dalle polemiche politiche di altri Paesi. E credo che sia utile per tutti mettere fine alla strana anomalia che vede da anni i servizi dipendere solo dal premier: serve la nomina dell’Autorità Delegata. Il ruolo che con me svolgeva Marco Minniti, per intendersi. E prima di lui Gianni De Gennaro».

Come dire: Giuseppe, se vuoi stare sereno molla quella delega a chi non la usa per fini politici interni…

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