Inchiesta Mose, tutto quello che c’è da sapere (spiegato in tre minuti)

Le ultime condanne per lo scandalo risalgono a marzo 2019

Corruzione, frode fiscale e finanziamento illecito dei partiti. Con queste accuse formulate dai pubblici ministeri, il 4 giugno 2014 si apre una delle inchieste giudiziarie più scioccanti, definita da alcuni “la nuova Tangentopoli d’Italia”: quella sul Mose, il progetto architettonico per separare la laguna di Venezia dalle acque del mar Adriatico in vista di possibili allagamenti.

Ora che Venezia è sotto un metro d’acqua, l’argomento torna alla ribalta. Che fine ha fatto quell’inchiesta, cosa ha dimostrato?

La procura di Venezia quella mattina di giugno dispone 35 arresti e annuncia che ci sono almeno un centinaio di persone indagate per corruzione e tangenti legate ai cantieri del Mose.

Si scopre subito che a fornire alcune delle informazioni ritenute cruciali è l’ingegnere Giovanni Mazzacurati, ex presidente di Consorzio Venezia Nuova – deceduto a settembre 2019 – che, dopo il suo arresto nel 2013, ha iniziato a collaborare con la procura di Venezia.

Tra i nomi, spunta Giorgio Orsoni, allora sindaco della città. Verrà messo agli arresti domiciliari, successivamente revocati. Nell’elenco compare anche l’ex presidente della regione Veneto Giancarlo Galan, agli arresti domiciliari anche lui che sconterà per i due anni a seguire. Il 27 aprile 2016 l’aula della Camera dei Deputati ha approvato la decadenza di Giancarlo Galan, in qualità di deputato di Forza Italia, dal seggio di Montecitorio.

Imprenditori, magistrati, un ex generale della Guardia di Finanza, un assessore regionale e un’eurodeputata sono le figure coinvolte, con ruoli differenti, nell’inchiesta. I magistrati di Venezia hanno stimato in diversi milioni di euro le attività di corruzione.

Le indagini

Per capire come l’inchiesta sia nata è utile fare un passo indietro, a quando i magistrati della procura di Venezia cominciano a indagare sui giri di denaro – ritenuti anomali – che riguardano la costruzione del Mose.

È il 2009 quando da verifiche fiscali su una delle aziende coinvolte nei lavori di costruzione del Mose emergono delle anomalie. Il sospetto dei magistrati è che l’impresa emetta false fatture e che destini il corrispettivo denaro ad alcuni conti esteri. Con quei soldi – è l’ipotesi degli inquirenti – vengono corrotti rappresentanti politici e funzionari.

I primi arresti scattano nel febbraio del 2013 e coinvolgono, tra gli altri, l’ex segretaria personale di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo, e Piergiorgio Baita, presidente di una delle società costruttrici, la Mantovani. Dopo pochi mesi finisce in manette anche Giovanni Mazzacurati, già presidente del Consorzio Venezia Nuova, cui fanno capo grandi aziende e attività locali coinvolte nei lavori di costruzione del Mose e negli interventi di prevenzione dell’acqua alta in laguna.

Come funzionava il sistema delle mazzette

I pubblici ministeri titolari dell’inchiesta sono Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini. Come ricostruisce Il Post, definiscono quello del Mose un sistema di corruzione ben congegnato e diffuso, tanto da «integrare in un’unica società corrotti e corruttori».

L’organizzazione si basa su scale gerarchiche: più cresce il potere del destinatario della mazzetta (fino a coinvolgere figure politiche), più ne cresce l’importo.

In molti casi, scrivono i magistrati, «la mazzetta viene pagata anche quando il pubblico ufficiale corrotto ha cessato l’incarico o quando il politico ha cessato il suo ruolo a livello locale», mantenendo un rapporto di continuità. E la «rendita di posizione», secondo i pubblici ministeri «prescindeva dal singolo atto illecito».

Alcuni dei protagonisti

Giancarlo Galan, presidente della Regione Veneto dal 1995 al 2010 e ministro delle Politiche agricole e dei Beni e delle attività culturali nel Governo Berlusconi IV, secondo le indagini tra il 2005 e il 2011, in cambio di pareri favorevoli sulla costruzione del Mose, riceve circa un milione di euro l’anno. Cifra cui si aggiungerebbero 1,8 milioni tra il 2006 e il 2008. Dopo aver scontato due anni di arresti domiciliari, a gennaio 2017 torna libero e il 28 febbraio 2017 viene condannato in primo grado dalla Corte dei Conti a un risarcimento danni pari a 5,8 milioni di euro (5 milioni 200mila euro per danno all’immagine e 608 mila euro per danno da disservizio)

Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia dal 2010 al 2014, viene messo ai domiciliari per presunta violazione della normativa in materia di finanziamento ai partiti. Avrebbe ricevuto 110mila euro di finanziamenti illeciti per finanziare la sua campagna elettorale nel 2010, quando aveva sconfitto il candidato del centrodestra Renato Brunetta. Mazzacurati parla anche di una serie di pagamenti a suo beneficio per un totale di 450mila euro. Due anni fa, per l’inchiesta sul Mose è stato assolto per il finanziamento in bianco. Mentre per alcuni episodi di finanziamento in nero è scattata la prescrizione. L’esito è stato confermato quest’anno in appello.

Vittorio Giuseppone, ex magistrato della Corte dei Conti, viene accusato di ricevere denaro – 300mila euro l’anno – per dare informazioni, consigli e ammorbidire i controlli di entrata e spesa pubblica del Consorzio.

Renato Chisso, assessore regionale alle Infrastrutture del Veneto, avrebbe ricevuto una “rendita di posizione” annua di circa 200mila euro. Dopo la richiesta del Tribunale di risarcimento danni per due milioni di euro, qualche mese fa Chisso ha presentato un nuovo ricorso per ribadire la sua posizione: «Io soldi non ne ho presi e continuerò a dirlo finché vivo».

Maria Giovanna Piva, ex presidente del Magistrato delle Acque di Venezia (un istituto soppresso dal governo di Matteo Renzi nel 2014 proprio in seguito allo scandalo Mose): a lei sarebbero andati 400mila euro all’anno per chiudere un occhio su quanto accadeva nei ai cantieri. Nel 2017 la sentenza di primo grado aveva dichiarato prescritte alcune accuse nei suoi confronti e assolte altre. A febbraio 2019 la commissione tributaria regionale la condanna a pagare le tasse sulle tangenti.

Patrizio Cuccioletta, anche lui a capo del del Magistrato delle Acque di Venezia, prima di Maria Giovanna Piva. Avrebbe ricevuto circa 400mila euro l’anno tra il 2008 e il 2011, sempre per chiudere un occhio in termini di controlli. E prima di lasciare l’incarico, dicono ancora gli inquirenti, si sarebbe visto recapitare su un conto estero un bonus da 500mila euro. Ha patteggiato: 2 anni.

Marco Mario Milanese, ex deputato Pdl e già consigliere dell’ex ministro Giulio Tremonti, viene arrestato il 4 luglio 2014. A febbraio di quest’anno la Corte dei Conti della Lombardia ha autorizzato ed eseguito il sequestro di un milione di euro a Milanese, , per danno all’immagine dello Stato, più precisamente dell’amministrazione economica. Milanese, scrive l’Ansa, è stato processato per traffico di influenze illecite legate alla costruzione del Mose. Il reato è stato dichiarato prescritto dalla Cassazione che ha però confermato le statuizioni civili. E dato che «dagli atti del procedimento penale», spiega una nota della Procura della Corte dei Conti, è emerso che Milanese «ha ricevuto da Giovanni Mazzacurati (Presidente del Consorzio Venezia Nuova) la somma di euro 500mila erogata in suo favore nella qualità di intermediario qualificato» per agevolare i finanziamenti inseriti in una delibera del Cipe, il danno è stato quantificato nel doppio di questa cifra, come prevede la legislazione anticorruzione.

Amalia Sartori, europarlamentare: per lei scattano i domiciliari con l’accusa di finanziamento illecito ai partiti. Secondo gli inquirenti avrebbe ricevuto 25mila euro non dichiarati dal Consorzio Venezia Nuova, che foraggiava politici di destra e di sinistra per avere favori in cambio. Il 4 settembre 2017 viene assolta con formula piena e prosciolta dall’accusa di finanziamento illecito perché «il fatto non costituisce reato e perché non sussiste».

Il processo: a che punto siamo

A inizio del 2019, l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, e l’ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo hanno patteggiato due anni per corruzione e frode fiscale. E così anche l’intermediario Mirco Voltazza. 

Anche Nicolò Buson, ex direttore amministrativo della Mantovani, e Pio Savioli, ex componente del consiglio direttivo del Consorzio Venezia Nuova, hanno patteggiato: un anno e otto mesi.

Il giudice per l’udienza preliminare Gilberto Stigliano Messuti ha predisposto la confisca di beni per un valore di 23 milioni di euro.

Giovanni Mazzacurati, diventato con l’inchiesta il principale accusatore del sistema di tangenti del Mose, è morto a 87 anni nella sua casa in California a settembre scorso.

In copertina: Progetto Mose | Mosevenezia.eu

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