«Nessuna pietà»: nei Chinaleaks la repressione delle minoranze islamiche voluta da Xi

Campi di internamento,  rieducazione, prigioni testimoniati in 403 pagine di documenti interni del Partito Comunista cinese ottenuti dal New York Times

Arresti di massa: quartieri svuotati, intere famiglie sparite in una rete sempre più fitta di campi di detenzione – o «scuole di formazione sviluppate dal governo», come vengono chiamate dalla burocrazia statale cinese.

I termini, i metodi e l’entità della repressione ai danni di un milione di uighuri, kazaki e altre minoranze musulmane della ricca regione dello Xinjiang trapelano da 403 pagine di documenti interni del Partito Comunista cinese, ottenute dal New York Times in una delle più grandi fughe di informazioni dalla Cina da decenni.

Nonostante il governo cinese abbia dichiarato di utilizzare sistemi moderati per combattere l’estremismo, i file attestano una campagna repressiva organizzata e spietata, che ha lasciato bambini senza i genitori e campi incoltivati per l’improvvisa assenza di manodopera.

Le rivelazioni principali nei documenti partono dal presidente Xi Jinping, che avrebbe gettato le basi della restrizione nell’aprile 2014, dopo un attacco terroristico di militanti Uighur in una stazione nello Xinjiang che aveva provocato la morte di 31 persone. In una serie di discorsi privati a funzionari di partito, il segretario generale ha chiesto una «lotta aperta contro il terrorismo, le infiltrazioni e il separatismo» con «gli strumenti della dittatura» : in altre parole, «nessuna pietà».

Le volontà di Xi sono state raccolte da Chen Quanguo, che dall’agosto 2016 ha intensificato la campagna di repressione chiedendo ai suoi funzionari di «rastrellare chi doveva essere rastrellato». Gli arresti sono diventati così diffusi da coinvolgere anche le famiglie di studenti d’élite, giovani formati dal governo per creare una generazione più bendisposta nei confronti del Partito.

I documenti suggeriscono di evitare il «rischio serio di una rivolta» facendo interagire gli studenti con poliziotti in borghese e funzionari locali ben addestrati, con una vera e propria guida che consiglia risposte ferme: non importa quanto anzani possano essere i parenti, se sono stati «infetti dal virus dell’Islamismo devono essere messe in quarantena e curati».

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