Come funziona il riconoscimento dei tirocini professionali effettuati all’estero

Il Miur ha diffuso le linee guida per il riconoscimento dei praticantati svolti fuori dall’Italia, che coinvolgono ancora troppi pochi studenti universitari

Quanti sono gli studenti italiani che scelgono di intraprendere un tirocinio o un praticantato all’estero? Ancora troppo pochi. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato da AlmaLaurea sul profilo dei laureati, e ripreso dal Sole24ore, nel 2018 solo il 4,9% dei tirocini organizzati dai corsi di studi vengono svolti fuori dai confini nazionali.


Eppure, stando allo stesso rapporto, chi intraprende un’esperienza formativa e lavorativa all’estero per un determinato periodo di tempo risulta essere più soddisfatto. In merito all’argomento, il Miur ha recentemente pubblicato le linee guida per il riconoscimento dei tirocini professionali svolti all’estero.

Il documento, diffuso poco prima di Natale a firma del ministro uscente Lorenzo Fioramonti, individua due requisiti fondamentali. Il primo riguarda la durata massima, mentre il secondo si concentra sulla frequenza: affinché la pratica possa servire all’accesso alla professione, il tirocinio non deve essere stato svolto per più di 6 mesi, e deve inoltre aver previsto la presenza obbligatoria del tirocinante nella sede estera.

Il percorso formativo, sia per modalità sia per contenuto, deve essere individuato in specifici accordi tra le università, le istituzioni, gli ordini professionali e gli enti accreditati (italiani o esteri).

Come si legge nel decreto, «gli accordi attuativi siglati dalle singole università con gli ordini professionali, prevedono la redazione ex ante di un progetto formativo sottoscritto dal professionista presso il quale è svolto il tirocinio e dall’Università o Dipartimento interessati, che comprende obiettivi, tipologie di attività prevalenti, nonché le modalità di valutazione finale».

Compiti del tirocinante e del tutor

Tra i dettagli organizzativi, vengono elencati anche i compiti del praticante. In particolare, oltre all’obbligo di frequenza, c’è quello di svolgere le attività «osservando gli orari, rispettando l’ambiente di lavoro e le esigenze dell’attività istituzionale».

Ben più ampio è invece lo spettro dei compiti riservati il supervisore. Molte delle responsabilità sulla riuscita qualitativa dell’esperienza sono infatti in capo ai tutor, sia dal punto di vista «pedagogico» e «didattico», sia da quello «organizzativo» e gestionale.

Oltre a sostenere il tirocinante mantenendo con lui «un contatto diretto e personale», il supervisor dovrà badare all’organizzazione dell’orario, dovrà essere attento nel garantire assistenza e formazione continua e occuparsi dell’aggiornamento delle documentazioni.

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