Arriva l’App per prenotare un posto di lavoro in caffetteria a Milano. E il suo inventore ha 26 anni – L’intervista

Dimenticate il “classico” modello di co-working: la nuova frontiera del lavoro agile è una rete di caffetterie collegare da un’app

La grafica ricorda quella di Airbnb, ma non serve a prenotare stanze o appartamenti nel mondo. La lista è piena di bar, ma non vi servirà se state pensando a un brunch domenicale o ad una cena romantica. Nibol è un’app per lavoratori “agili” in cerca di una scrivania economica. Il suo creatore è Riccardo Suardi, designer di 26 anni nato a Bergamo. Trasferitosi a Milano dopo qualche anno in Inghilterra, ha voluto replicare in Italia il modello nord-europeo del lavoro in caffetteria.

Insieme al suo ex manager, ha fatto fare al progetto un salto ulteriore: ha creato una piattaforma di mediazione per i locali che vogliono ospitare per qualche ora studenti, dipendenti e lavoratori autonomi nelle loro strutture. L’app è al momento un unicum in Italia. Il rischio è che abbia un effetto sulle città simile a quello di Airbnb, appunto, e che la monetizzazione del tempo passato nei bar ne modifichi definitivamente la clientela e lo spirito (stavolta dal punto di vista del “business” invece che del turismo).

Bisognerà vedere come si evolverà, quale sarà la quota minima da pagare alle strutture da parte dei lavoratori e quanto i bar diventeranno dipendenti dalla vetrina virtuale. Ma in assenza di una rete sociale di supporto e di spazi pubblici ad hoc, Nibol è attualmente l’unica risposta diversa dai co-working.

Lo smart working in Italia e l’esperienza di Riccardo

Quanti sono gli smart-worker in Italia? Secondo l’ultima stima dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, riferita al 2019, si contano circa 570mila persone, in crescita del 20% rispetto al 2018. Non si tratta solo di freelance, ma anche di dipendenti di imprese o enti pubblici che forniscono la possibilità del lavoro da remoto (il 58% delle aziende ha aderito allo smart-working nel 2019).

Ma dove lavorare? Poter approfittare delle gioie di un impiego che non implica l’obbligo del tragitto casa-lavoro non è una conseguenza scontata. Molte abitazioni sono troppo affollate per poter fare il proprio mestiere a casa, altre non hanno tutti i servizi necessari. I co-working sono spesso troppo costosi e gli spazi pubblici di lavoro (che non siano biblioteche) sono ancora rarissimi.

Questa stessa domanda se l’è fatta anche Riccardo qualche anno fa. Finita l’Università ha iniziato a fare qualche lavoro da freelance, ma si trovava in difficoltà a lavorare da casa: c’erano giorni in cui c’erano troppe distrazioni, e altri in cui stava solo per ore e ore. Avendo pochi soldi a disposizione, non poteva permettersi di utilizzare spazi di co-working, che hanno tariffe fino a 200 euro alla settimana.

E quindi, Riccardo ha pensato di mettere su un’app che consentisse di trovare «luoghi economici dove lavorare, che fossero accoglienti e potessero eventualmente offrire occasione di incontro». Per ora funziona solo su Milano, ma le prospettive sono molto più ampie. E di guadagnarci: per ogni cliente che prenota un tavolo tramite Nibol, l’azienda prende una parte del ricavo.

Riccardo Suardi, fondatore di Nibol

L’intervista

Riccardo, come è nata l’idea?

«Tutto è iniziato all’Università. Studiavo design e lavoravo come freelance. Dopo il secondo anno di corso sono andato a studiare in Inghilterra per un po’ di tempo. Studiavo da Starbucks e da Costa, dove sapevo che potevo rimanere ore utilizzando il Wifi.

Quando sono tornato mi sono trasferito a Milano e ho iniziato ad avere dei clienti. Mi sono chiesto: dove vado a lavorare? Non avevo uno spazio. Stare a casa non era produttivo e non potevo permettermi di pagare un co-working.

Allora andavo su Google, cercavo locali e bar. Più ne scoprivo, più ne salvavo in una mappa che avevo creato – che non era altro che la prima versione di Nibol. Aggiungevo dettagli come il numero e la presenza di prese per la corrente, il Wifi. I miei amici, allora, hanno iniziato a chiedermi di condividere la mappa con loro e mi sono reso conto che non era solo un mio bisogno. Anche loro avevano bisogno di spazi dove lavorare.

I locali, però, non ne sapevano nulla. Allora ho iniziato a pensare di dover fare qualcosa di diverso, di voler diventare qualcosa di più concreto di una mappa su Google. Mentre seguivo i miei clienti mi dedicavo al progetto di Nibol. Ma quando mi sono reso conto che durante la pausa pranzo, i weekend e i giorni liberi lavoravo all’app, ho capito che era arrivato il momento di mettermi in gioco.

Ho lasciato il mio lavoro e mi sono dedicato a questo progetto a partire dalla fine del 2017 insieme al mio vecchio manager. All’inizio non ci davano molta corda: prenotare un tavolo per andare a lavorare? E perché mai? Sembrava un’idea strana».

Come funziona Nibol?

«Ci si registra e ci si prenota in un orario specifico in una certa caffetteria presente. Attualmente c’è una lista di locali, dai quali noi siamo passati di persona per dirgli se fossero interessati a comparire gratuitamente sulla nostra app e mettere a disposizione i loro tavoli nelle ore meno affollate per i pasti. Gli utenti possono vedere quante altre persone ci sono nel locale, che lavoro fanno. Possono avere in chiaro la password del Wifi, possono sapere se e quante prese ci sono».

Chi ne fa maggiore utilizzo?

«Ci siamo resi conto che abbiamo vari target: il 30% sono studenti, il 40% sono freelance, e il 30% sono dipendenti con smart-working. Quest ultima è stata una novità, non ce lo aspettavamo. C’è magari chi viene dall’estero e preferisce lavorare in caffetteria, piuttosto che stare in uno studio. Noi stiamo sfruttando quest’ondata di smart working, e in Italia siamo i primi a farlo».

Quali sono i vostri obiettivi futuri?

«Inizialmente l’idea era quella di dare semplicemente un posto per lavorare a chi non ne aveva uno. Ora il nostro obiettivo è quello di creare il più grande co-working al mondo senza avere degli spazi di proprietà. Vogliamo rivalorizzare anche luoghi che non siano caffetterie: pensiamo a hall di alberghi, uffici in disuso. E non solo a Milano, ma in giro per il mondo.

Noi facciamo una selezione: non devono avere tabacchi o slot machine, devono avere prese elettriche e una buona connessione Wifi. Già abbiamo siglato contratti con altre strutture, e a brevissimo metteremo a disposizione anche delle sale meeting da 4 a 20 posti, che siano in ambienti diversi e stimolanti».

E le caffetterie? Quanto devono pagare per essere in vetrina?

«L’inserimento è gratuito, insieme al servizio fotografico e alla consegna del merchandising. Per ora, noi prendiamo una parte in base al numero di clienti. Ma i locali ci fanno presente il loro problema principale è che la gente va e non consuma. Magari stanno 5 ore e prendono solo un caffè.

Noi non vogliamo che l’utente paghi per il caffè, e quindi stiamo pensando a una strategia alternativa: vogliamo fare in modo che ogni locale stabilisca un minimo di consumazione e che il cliente paghi la quota in anticipo. Lì poi potranno consumare quello che vogliono all’interno del budget».

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