Medio Oriente, i punti del piano di pace di Trump: perché piace a Israele e molto meno ai palestinesi

L’accordo del secolo del presidente americano rischia di essere l’ennesima occasione mancata per arrivare alla pace. La rabbia del presidente palestinese Abbas: «Resisteremo in tutti i modi»

Il piano di pace per il Medio Oriente svelato ieri alla Casa Bianca ha accontentato tutti i presenti. Donald Trump, con Benjamin Netanyahu a fianco a lui, ha presentato le 80 pagine del documento promesso due anni fa per un accordo di pace tra Israele e Palestina. A Washington mancavano però proprio i palestinesi, che hanno proclamato per oggi la giornata della rabbia per i contenuti di un progetto che fa sorridere Trump, accontenta il premier israeliano ma mette all’angolo il coinvolgimento delle istituzioni palestinesi.

I due Stati

Con quella che Trump ha definito una soluzione “realistica” dei due Stati, la mappa consegnata al popolo palestinese prevede pruno Stato frammentato e completamente contenuto all’interno di Israele, eccezione per Gaza e il suo confine con l’Egitto. Un diritto a uno Stato per cui Washginton ha posto diverse condizioni: il riconoscimento di Israele come uno “stato ebraico”, “respingere il terrorismo in tutte le sue forme”, smantellare “completamente” Hamas e rafforzare le loro istituzioni.

I palestinesi dovranno quindi accettare uno stato smilitarizzato. Israele rimane responsabile della sicurezza e del controllo dello spazio a ovest della Valle del Giordano, mentre Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, sarà “disarmato”.

Le colonie

Il territorio israeliano si espanderà grazie all’annessione immediata da parte di Tel Aviv della maggioranza delle colonie nella Cisgiordania occupata: circa il 30% della Cisgiordania tornerebbe quindi allo Stato ebraico, in cambio di una porzione di territorio, per lo più desertico, al confine con l’Egitto.​

In questo senso lo stato “realistico” auspicato da Trump per i palestinesi sarebbe molto ridotto rispetto alle aspirazioni dei palestinesi e alla restituzione dei territori occupati dal 1967 da Israele.

Israele si impegnerebbe invece a congelare i suoi insediamenti nelle colonie per quattro anni, il lasso di tempo concesso da Trump a Mahmoud Abbas per trattare sull’accordo. Israele si impegnerebbe a congelare lo sviluppo di qualsiasi insediamento per quattro anni, un periodo durante il quale i palestinesi potrebbero ripensare il loro ‘no’ attuale.

Lo status di Gerusalemme

Resta spinosa la questione di Gerusalemme. Trump parla di una città indivisibile e futura capitale dello Stato israeliano. Allo stesso tempo però il presidente americano ha affermato che un futuro Stato palestinese avrà come capitale Gerusalemme Est.

Non sembra che questo equivalga alla parte occupata e annessa da Israele nel 1967 che i palestinesi rivendicano come capitale del loro Stato, quanto piuttosto sembra indichi la periferia ad est della Città Santa, cioè località, come Abu Dis, tecnicamente situate a Gerusalemme ma sul lato orientale della barriera di sicurezza che separa Israele dai Territori Palestinesi.

Quanto ai luoghi santi, il presidente americano ha chiesto il mantenimento dello status quo sulla spianata delle moschee, chiamata anche Monte del Tempio dagli ebrei, mantenendo il controllo della Giordania su questo luogo, dove si trova la moschea di al-Aqsa.

Lo Stato palestinese

Gli Stati Uniti propongono uno Stato palestinese “contiguo”, una soluzione complicata per un territorio frammentato dalle colonie israeliane e composto in particolare da due blocchi separati da Israele: la Striscia di Gaza sul Mar Mediterraneo e la Cisgiordania più a est. Il piano Trump propone quindi «reti di trasporto moderne ed efficienti per una facile circolazione», con ponti strade e tunnel, sia per le persone che per le merci. Compreso un collegamento ferroviario ad alta velocità , che faciliterà i movimenti, tra Gaza e Cisgiordania, «passando sopra o sotto lo Stato sovrano» di Israele. ​

Ansa/Il presidente palestinese Mahmoud Abbas nella conferenza stampa convocata dopo l’annuncio di Trump. Ramallah, 28 gennaio 2020

I rifugiati

Nessun diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi che potranno decidere se vivere nel futuro Stato palestinese, integrarsi nei Paesi in cui già risiedono o stabilirsi in un Paese terzo. Gli Stati Uniti, che hanno smesso di contribuire all’agenzia delle Nazioni Unite per questi rifugiati (Unrwa) su richiesta proprio di Trump, promettono di “lavorare con la comunità internazionale” per aiutare “generosamente” questo processo di reinsediamento. Intanto Donald Trump ha messo sul tavolo 50 miliardi di aiuti per i palestinesi con cui spera di ottenere il “si” al suo piano di pace. Ma il presidente palestinese Mahmoud Abbas, dopo un incontro con le fazioni palestinesi, compresa Hamas avverte: «Resisteremo in tutti i modi».

Dagli altri Paesi del Medio Oriente è arrivato per ora il benestare dell’Arabia Saudita che ha lodato gli sforzi del presidente americano. Il no significativo arriva invece dalla Giordania che ha bocciato il piano di pace dell’amministrazione Trump: «L’unica strada per arrivare a una pace durevole», ha dichiarato il ministro degli Esteri Syman Safadi, è la nascita di uno Stato palestinese con i confini che erano stati definiti prima della guerra dei 6 giorni (1967), con cui Israele sottrasse Gaza e la Cisgiordania.

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