Coronavirus, la preoccupazione degli italiani in quarantena: «C’è gente pronta a trattarci come appestati»

In una scuola frequentata da un bimbo attualmente in quarantena, i genitori hanno firmato una petizione per impedire il suo rientro

Continua la quarantena di due settimane alla città militare della Cecchignola, a Sud di Roma: sono 56 gli italiani rientrati da Wuhan, la provincia cinese focolaio del Coronavirus, che si trovano in isolamento nella struttura. Passano i giorni e, con l’avvicinarsi della fine del periodo di “reclusione”, aumentano le preoccupazioni legate al rientro in società.

I genitori scrivono alla scuola: «Non fate rientrare il bimbo»

«Più che di carattere sanitario, le nostre preoccupazioni riguardano il fatto che si sta verificando per noi un problema sociale: c’è gente pronta a trattarci come appestati una volta usciti da qui». Non temono il contagio del virus, gli italiani reclusi a Cecchignola, quanto il “virus” dell’odio sociale alimentato dalla paura.

«L’Italia è così, crocifigge a prescindere le persone. Dal 17 febbraio prossimo, una volta uscito da qui, mi auguro di non trovare qualcuno che mi dica di stargli lontano», si sfoga un altro “recluso” durante una riunione interna al centro.

Dopotutto l’apprensione è comprensibile: un genitore ha raccontato di essere stato «informato dal provveditorato» riguardo alla richiesta fatta dai genitori della scuola del figlio, un bimbo anche lui in quarantena, che avrebbero raccolto le firme per una petizione contro il suo ritorno in classe.

Intanto, come ripetono i pazienti, i «medici militari hanno detto che – tranne per la persona portata allo Spallanzani per ulteriori accertamenti – tutti i nostri tamponi faringei, effettuati a cadenza settimanale, sono negativi». Con il tampone dell’ultimo giorno, il contagio sarà «escluso al 100%».

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