Giovani, siete una generazione di romantici che non vogliono fare figli. Lo dice l’Eurispes – Lo studio

Secondo lo studio i giovani italiani sono molto attenti alla propria salute, alla realizzazione personale e al posto fisso. Nonostante sia un dato in calo, il 70% vuole fare figli. Di più rispetto ai coetanei tedeschi, russi e polacchi

Sospendiamo per un attimo l’incredulità e poniamo che i giovani in Russia, Polonia, Germania e in Italia possano condividere dei valori fondamentali che trascendono i confini nazionali. Quali sarebbero? È quello che hanno cercato di stabilire gli autori di una recente indagine internazionale sui giovani tra 18-30 anni, in quattro paesi europei (o quasi, se contiamo la Russia) per un totale di 2.200 persone interpellate nell’arco di un anno. Si sono subito imbattuti in un primo ostacolo, ovvero, come emerge dallo studio, se è vero che i giovani non vivono alla giornata, la loro programmazione di vita è drammaticamente breve: dai 4 agli 8 anni.


Come è altrettanto bassa la percezione che hanno delle proprie prospettive di vita: i giovani russi, ad esempio, stimano di raggiungere in media i 68,8 anni. Più ottimistici i tedeschi, che pensano di restare attivi fino a 61,2 anni e di varcare la soglia degli 80 anni, e soprattutto gli italiani che pensano di lavorare fino a 65,8 anni e di vivere fino a 84,5 anni in media. Vivere tanto, sì, ma per fare cosa esattamente? Non sono poi tanti quelli che pensano alla res publica: tra i valori della vita considerati prioritari la politica interessa il 61,3% degli italiani, poco più della metà dei tedeschi (55,3%) e circa un terzo dei polacchi (38,3%) e dei russi (36,6%). Prioritario il lavoro, le relazioni e la realizzazione di sé. Che si estende anche alla famiglia, ma non tanto ai figli.

Quanto importa ai giovani costruire una nuova famiglia?

Ma c’è dell’altro: dall’analisi statistica fatta da vari autorevoli istituti (tra cui l’Eurispes per l’Europa) spunta un dato interessante: il declino di valori considerati tradizionali, tra cui troviamo la religione (32,8% in Italia) e – una campanella d’allarme per le lobby pro-natalità in Italia – anche i figli come elemento necessario per definirsi “famiglia”. Ma si tratta di un dato ancora non così incisivo: per una solida maggioranza di giovani italiani (70,5%) fare figli è tutt’ora prioritario e poco sembra incidere la maggiore apertura alla fluidità di genere – quella che talvolta viene chiamata in modo dispregiativo “teoria gender” – e all’emancipazione femminile, rispetto ad esempio a paesi come la Russia, più chiusi a questo tipo di trasformazione.

Colpisce più che altro che in Italia gli under 30 siano più inclini a fare figli rispetto a un paese come la Germania (67,5%), dove gli indicatori economici e sociali – dai dati sull’occupazione a quelli sull’alfabetismo migliori rispetto all’Italia – dovrebbero suscitare maggiore ottimismo tra i giovani. Ma non si può ignorare quella che ormai è una tendenza comprovata a livello internazionale, ovvero che il tasso di natalità non va di pari passo con lo sviluppo, anzi, tende a diminuire (così come tende a essere rimandata la data in cui i giovani decidono di mettere su famiglia) con l’industrializzazione e con tutto quello che l’ha accompagnata in Europa, dall’innalzamento del tasso educativo dei giovani e delle giovani donne in particolare, al maggior accesso ai contraccettivi.

Nuove parole chiave: amore e lavoro. Ma anche successo e salute

Altra tesi dello studio è che ai valori “tradizionali” come la religione e la famiglia si stiano sostituendo altre priorità: parliamo del lavoro (ma forse bisognerebbe aggiungere: il lavoro come strumento di progressione individuale anziché familiare) e dell’amore. Sì, gli under 30 si distinguono apparentemente anche per il loro romanticismo – «il valore dell’amore riscuote preferenze che variano dall’84,6% dei russi al 92,2% dei polacchi» – che però, come evidenziato, non si traduce necessariamente nella volontà di costruire una nuova famiglia.

Ed ecco che entra in gioco il lavoro. Se le difficoltà finanziarie sono citate come una delle preoccupazioni maggiori per circa un terzo degli intervistati (22,9% degli italiani, 36,8% dei tedeschi), il lavoro interessa la stragrande maggioranza (oltre il 90% in Italia). Ma con quale scopo? La realizzazione personale, definita però in modi diversi e a tratti contrastanti. In Italia per esempio il 36,2% degli intervistati ha indicato “la salute” come forma di realizzazione personale (segue il successo nella carriera per il 18,6% contro il 30% circa dei russi, il 37% dei tedeschi e il 20% dei polacchi) e la possibilità di vivere una vita interessante, che sta a cuore solo al 10% degli italiani (contro il 40% dei tedeschi e dei russi per esempio).

Ma c’è un ultimo dato che sorprende. «In Italia, rispetto ai giovani degli altri paesi, abbiamo riscontrato un numero molto più alto di ragazzi che aspirano ad un lavoro ‘dipendente’: il 63% rispetto al 25,8% della Polonia, la 20,1% della Germania e al 12,7% della Russia», scrivono gli autori. Alla faccia di chi teorizza invece una gioventù sempre più fluida, anche dal punto di vista lavorativo.

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Foto di copertina: Clem Onojeghuo on Unsplash