Coronavirus, licenziata per aver chiesto di lavorare da casa. «Posso capire, ma se domani non vieni per noi non sei confermata»

di OPEN

La testimonianza di una nostra lettrice il cui periodo di prova in uno studio legale è stato terminato anticipatamente

Riceviamo a pubblichiamo la mail di una nostra lettrice:

In questi giorni di emergenza, di tensione e confusione, siamo tutti invitati a stare a casa, a non avere contatti con le persone a meno che non sia strettamente necessario e a recarci al lavoro solo se ci è del tutto impossibile svolgerlo dal nostro domicilio. I datori di lavoro sono stati spinti a consentire e incentivare il lavoro agile e i dipendenti a richiederlo.

Lunedì 9 marzo mi sono presentata regolarmente in ufficio, uno studio legale in centro a Milano in cui da due mesi sono assunta (con 90 giorni di prova) per occuparmi di editoria, comunicazione e social media. In seguito all’aggravarsi della situazione e alle disposizioni del nuovo decreto del giorno precedente, mi aspettavo di ricevere delle direttive in merito allo smart working.

All’ora di pranzo ancora nessuna notizia. In seguito, ci è stato comunicato che alcuni avrebbero lavorato da casa, mentre altri (tra cui la sottoscritta) no. Ho provato a dire che non potevo prendermi la responsabilità di venire in ufficio, perché sì, ho 26 anni, ma abito con mia mamma che ne ha 60, ho dei nonni ultraottantenni che in caso stessero male avrebbero bisogno del mio aiuto e non posso e non voglio permettermi di infettarli solo perché ho contatti con altre persone durante il giorno e per raggiungere il luogo di lavoro sono costretta a prendere i mezzi pubblici.

«Certo, in seguito valuteremo le necessità del singolo». Alle 18, e dopo due richieste di colloquio, ancora niente. Alle 19 ho preso tutto ciò che mi serviva per lavorare da casa e sono uscita. Ho incontrato chi di dovere sul pianerottolo. «Domani devi venire in ufficio per discutere a voce di alcuni testi». Rispondo nuovamente che non voglio e non posso prendermi questa responsabilità, rinnovo le mie motivazioni personali, la piena possibilità di svolgere quelle mansioni da casa e di discuterne in video call e sottolineo l’esistenza di un decreto ministeriale, degli inviti del sindaco, nonché di una mail interna inviata a tutto il personale che raccomandava lo smart working. La risposta che ottengo è: «Posso capire, ma se domani non vieni per noi non sei confermata».

Licenziata. Per aver chiesto, in una situazione di conclamata emergenza, in cui tutta la popolazione è invitata a non uscire e i datori di lavoro a incentivare il lavoro agile, di lavorare da casa per non mettere in pericolo i miei cari e chi mi sta intorno. Inutile dire cosa valesse di più per me.

Mi sono presentata in ufficio il giorno seguente per prendere le mie cose, firmare la lettera di licenziamento e salutare i colleghi che, distanziati tra le scrivanie, alcuni con le mascherine, erano quasi tutti presenti per svolgere un lavoro che avrebbero potuto tranquillamente svolgere da casa.

Quanta irresponsabilità c’è in questo comportamento? Quanta superficialità, quanta noncuranza e soprattutto quanto egoismo nell’imposizione di qualcosa di non necessario a discapito della salute?

Alice Mari | Milano

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