Immuni operativa in tutta Italia: l’hanno scaricata in due milioni, ne servono altri dieci. Ma ecco perché può essere utile lo stesso

Al momento sono circa 2,2 milioni gli utenti che hanno scaricato l’app: secondo i ricercatori di Oxford la quota da raggiungere è il 20% della popolazione

Un mese d’attesa. Il primo test in quattro regioni. Ora il via libera in tutta Italia. Da lunedì 15 giugno l’app Immuni sarà operativa su tutto il territorio nazionale. È il passaggio definitivo, quello che permetterà di verificare il lavoro fatto negli ultimi mesi dal ministero dell’Innovazione e da Bending Spoons, la software house di Milano che si è occupata dello sviluppo dell’unico sistema ufficiale per il tracciamente dell’epidemia di Coronavirus in Italia.

I dati che arrivano dai test non sono molto incoraggianti. Da lunedì 8 giugno l’app è stata sperimentata in quattro regioni: Liguria, Marche, Puglia e Abruzzo. Un bacino da circa 8,3 milioni di persone. Gli unici risultati che sono stati resi noti, al momento, sono quelli della Liguria, dove l’app è stata attivata tre volte.

Tre persone che avevano installato Immuni quindi sono state trovate positive al Coronavirus e gli operatori sanitari hanno potuto attivare il codice per l’invio della notifica di esposizione al rischio. In questo modo tutti le persone che avevano Immuni ed erano entrate in contatto con uno dei tre soggetti risultati positivi sono state avvisate.

Certo, 3 casi su 8,3 milioni di utenti non sono molto rilevanti, anche se bisogna contare che in queste regioni il virus è in ritirata ormai da tempo. In Liguria nell’ultima settimana si sono contati dagli 8 ai 20 casi al giorno mentre in altre regioni, come l’Abruzzo, sono stati diversi i giorni a zero contagi. Eppure i risultati di questo test un problema lo pongono comunque: quante persone devono scaricare Immuni perchè sia davvero efficace?

Le prime indagini: l’app funziona se la scarica il 60% della popolazione

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IMMUNI | La schermata di notifica dell’app che segnala all’utente di essere entrato in contatto con una persona poi risultata positiva

Nonostante gli inviti continui a scaricare l’app, il governo non ha ancora fornito una risposta sulla quota minima di persone che dovrebbero scaricarla perchè l’app abbia un effetto reale sulla curva dei contagi. Chi invece ha provato a capire dove collocare questa soglia è il Big Data Institute dell’Università di Oxford, in cui lavora Luca Ferretti, un ricercatore italiano specializzato nello studio statistico della genetica e dell’epidemiologia.

I suoi risultati sono stati citati nelle scorse settimane, quando in una prima stima la soglia fissata per il buon funzionamento di Immuni era quella del 60% della popolazione. Una cifra parecchio alta, contando che in Italia secondo gli ultimi dati Censis ad avere uno smartphone è il 73,8% della popolazione. Facendo qualche proporzione, questo vuol dire che Immuni dovrebbe essere scaricata da almeno 36 milioni di persone: l’83% di chi possiede uno smartphone. Sempre contando che l’app funziona solo sui dispostivi più recenti.

La nuova soglia del 20%

La quota minima del 60% è valida però solo se l’app è l’unico strumento di tracciamento. Come spiega Ferretti: «Se la app deve controllare il virus da sola, senza altri strumenti, allora c’è bisogno di una percentuale molto alta che noi avevamo fissato al 60% della popolazione. Se l’app lavora in un contesto integrato con altre strategie, allora i numeri cambiano di molto. Nel caso di Immuni quindi la percentuale di persone che dovrebberlo scaricarla è probabilmente attorno al 20%».

Il 20% della popolazione italiana vuol dire 12 milioni di persone: il 27% di chi ha uno smartphone in tasca. In pratica, a livello nazionale l’app potrà funzionare se sarà nello smartphone di 1 italiano su 3. Contando che al momento Immuni è stata scaricata da circa 2,2 milioni di utenti, mancano ancora 10 milioni di download.

Il ruolo di Immuni nei focolai locali

ANSA/FABIO FRUSTACI | L’Irccs San Raffaele alla Pisana. Qui gli accessi son controllati dall’ esercito dopo che è stata disposta la chiusura della struttura con cordone sanitario a seguito di casi positivi al Covid-19

Anche se tutto il territorio italiano non dovesse essere raggiunto da Immuni, il lavoro di Bending Spoons potrebbe comunque rivelarsi fondamentale. Il nuovo fronte dell’epidemia infatti sono diventati i piccoli focolai: i casi romani del palazzo della Garbatella e dell’ospedale S. Raffaele sono un esempio chiaro. Oltre a mantenere le norme sul distanziamento fisico e le protezioni individuali, è importante riuscire a individuare subito questi focolai e chiuderli prima che il virus si diffonda.

Per questo, ci spiega Ferretti, si potrebbe creare il paradosso per cui la diffusione dell’app resta bassa ma riesce comunque a proteggere alcune comunità: «Facciamo un esempio. Se in tutta Italia l’app non viene utilizzata ma nel comune di Vasto tutti i cittadini l’hanno scaricata, allora Immuni funzionerà comunque perfettamente. L’app sviluppata dal governo dell’India, che è più invasiva di Immuni in termini di privacy, funziona bene anche se è scaricata da una percentuale bassa della popolazione perchè è diffusa soprattutto nelle zone in cui il contagio è più elevato».

La seconda ondata di contagi

IMMUNI | La schermata dell’app cambiata dopo le polemiche sulla rappresentazione della donna

Nessuno può dire con certezza se e quando arriverà. Forse all’inizio dell’autunno, forse dopo, forse mai. Eppure se la prima ondata di contagi di Covid-19 ha colto impreparato tutto il mondo, per la seconda i governi, i ricercatori e i medici stanno cercando di farsi trovare pronti. E Immuni potrebbe servire proprio in questa fase.

«Ora in Italia – continua Ferretti – sembra che la situazione sia più tranquilla. Molti potrebbero pensare che scaricare Immuni non sia più necessario. In questi mesi però non dobbiamo abbassare la guardia, anzi. Dobbiamo prepararci alla seconda ondata e aggiustare il funzionamento dell’app. Quando arriveranno i nuovi contagi, allora gli italiani che decidono di scaricarla potrebbero essere molti di più».

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